domenica 20 settembre 2009

Alicia Giménez-Bartlett, Il silenzio dei chiostri, Sellerio 2009

(Via Pò del 19 settembre 2009)

"La trovai sul divano. I capelli sciolti e scarmigliati le nascondevano la faccia. La testa era piegata sui cuscini in posizione innaturale": si apre così Il silenzio dei chiostri (Sellerio, pp. 544, euro 15,00), la nuova indagine - l'ottava - dell'ispettrice Petra Delicado. Ma Alicia Giménez-Bartlett, tornata in libreria dopo il Raymond Chandler Award 2008 con un immediato successo di vendite, non sta qui descrivendo una scena del crimine, piuttosto la posizione in cui, nel salotto di casa sua, la poliziotta di Barcellona trova la figliastra Marina. L'avevamo infatti lasciata novella sposa in Nido vuoto (Sellerio 2007) e così la ritroviamo: moglie per la terza volta ematrigna di quattro bambini. E visto che "l'amore non basta per cambiare una personalità", la stessa Petra docet, questa nuova condizione esistenziale sembra esacerbare un aspetto, omeglio un difetto, della sua personalità: "troppa autocoscienza, troppe elucubrazioni sui rapporti, troppe analisi dei sentimenti".
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venerdì 18 settembre 2009

Azadeh Moaveni, Viaggio di nozze a Teheran, Newton compton 2009 (Il Mattino 18/09/2009)

Né reportage, né autobiografia, né romanzo. Viaggio di nozze a Teheran (Newton e Compton, pp.336, euro 14,90), della giornalista irano-americana Azadeh Moaveni, mescola i generi per raccontare una storia al più ampio e trasversale bacino di lettori abbracciabile: la storia del suo ritorno nel 2005 in Iran come corrispondente del «Time» per seguire le elezioni presidenziali; la storia del suo incontro con Arash, l’uomo che sarebbe diventato suo marito e padre di suo figlio Hourmazd; la storia dell’ascesa al potere di «un ex sindaco fondamentalista senza la minima esperienza di governo nazionale, i cui maggiori sforzi erano stati rivolti a trasformare le piazze in cimiteri e a imporre la segregazione di genere negli ascensori governativi»: cioè Mahmoud Ahmadinejad, uno sconosciuto che si è trasformato in pochi mesi in eroe nazionale grazie alla sua politica populista. Quel sistema di sussidi, prestiti a basso interesse, libertà civili dispensate senza alcun criterio, ha saputo infatti rispondere al mutato clima sociale caratterizzato da una disaffezione alla politica e dall’egocentrismo delle nuove generazioni. Poi c’è stata la crisi internazionale dovuta alla questione dell’energia nucleare e l’embargo americano, quella economica che ha peggiorato le condizioni di vita della maggioranza della popolazione di uno dei paesi più ricchi di petrolio al mondo, la corruzione dilagante e l’inasprimento della condizione delle donne: la scrittrice stessa ammette che i cambiamenti registrati durante il regime di Khatami erano stati considerati come acquisiti per sempre. C’è stata infine la sua rielezione a presidente dell’Iran e la mobilitazione sociale che ne è seguita. Ma questa è un’altra storia. Anzi, questa è la Storia. Accanto alle pagine di cronaca di fatti quotidiani della Teheran contemporanea, inquinata e devastata dalla speculazione edilizia in atto, o a quelle piene di ricordi personali e aneddoti culturali, come il racconto dei riti legati alla cerimonia matrimoniale, il lettore si trova a confrontarsi con puntuali - e mai pedanti - analisi politiche, riflessioni sociali e religiose: una specie di romanzo-verità insomma. Certo, ci si potrebbe chiedere dove finisce il vero della vita e inizia il falso della letteratura e, soprattutto, il senso della finzione quando la realtà sembra già così urgente. Senza contare il fatto che Azadeh Moaveni è cresciuta in America, ha alle spalle una famiglia benestante che ha lasciato il paese all’alba della rivoluzione khomeinista del 1979.
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Figures rituelles di Biasiucci e Zevola (Il Mattino, 17 settembre 2009)

Un mondo mitico, uterino, terribile e affascinante al tempo stesso: sono alcuni degli aggettivi che si possono usare per descrivere «Figures Rituelles», la mostra a due voci di Antonio Biasiucci e Oreste Zevola (fino al 23 ottobre), che s’inscrive nel programma fotografico «Volti di Napoli», nell’ambito del ciclo «L’Or de Naples. Baroque underground» organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, con la collaborazione della Regione Campania. «Da sempre il mio lavoro oscilla fra due poli: l’origine e la catastrofe» racconta Biasiucci, «quella che cerco di promuovere è una fotografia antropologica finalizzata a descrivere la storia degli uomini: una fotografia che cerca di andare al di là di un contesto, di un luogo, per isolare dei soggetti essenziali. E in questo programma di ricerca va inserito anche questa serie di fotografie sugli ex-voto». Un punto di vista che non può che trovare d’accordo Zevola: «Ho svolto negli anni ricerche che hanno a che vedere con il primitivo, con le origini, con l’essenza e con la dualità, un contrasto che ritroviamo anche nel mito di Saturno con l’aspetto orrorifico, legato alla morte e ai sacrifici, e il legame con la fecondità e la vita». «Ex-voto» di Biasiucci e «Le Banquet de Saturne» di Zevola sono lavori presentati separatamente in contesti diversi e riuniti con l’intenzione di creare un percorso in nome di quelle affinità elettive che li lega come uomini e come artisti. Un incontro fecondo, dagli esiti inaspettati. La sensazione che si prova entrando nella sala dell’esposizione è straniante: l’oscurità catapulta l’osservatore in una dimensione senza appigli, un buio che invita a scoprirsi, a inserirsi nel dialogo tra le fotografie e le ceramiche, che con il loro bianco quasi accecante investono di riflessi le prime, creando un gioco di rimandi. «L’arte» commenta Zevola «deve provocare una reazione, una messa in discussione tanto dell’osservatore quanto del creatore». Il lavoro dei due artisti insomma promuove uno scavo nell’essenzialità delle cose stesse...
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sabato 12 settembre 2009

Prove di volo

Prove di volo. Le ali sono pronte. Coraggio...

domenica 6 settembre 2009

Eyal Weizman, Il male minore, Nottetempo 2009 (Il Mattino 06 settembre 2009)

«Un atto di aggressione in un contesto di colonizzazione, occupazione e assedio». Sono queste le parole che Eyal Weizman usa ne Il male minore (Nottetempo, pp. 104, euro 7,00) per definire l’attacco di Israele a Gaza durato ventidue giorni tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009. Una presa di posizione dura e precisa di fronte alla definizione ufficiale di «azione di autodifesa» che ha causato la morte di 1300 palestinesi e 13 israeliani (una proporzione di 1 israeliano ogni 100 palestinesi) e la distruzione di circa 20mila edifici. «Quando misure eccezionali vengono normalizzate» continua Weizman nel secondo dei due saggi che compongono il libro «possono venire applicate più frequentemente» con l’effetto di abbassare la «soglia di orrore» e di innalzare quella della violenza. Perché, come scriveva Hannah Arendt, «chi sceglie il male minore dimentica rapidamente di aver scelto a favore di un male».
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