mercoledì 30 giugno 2010

Sapore italiano (Lo scaffale dei ragazzi del Corriere della Sera)


I sapori della domenica

V alérie Losa aveva una bisnonna emigrata in Svizzera che aprì un ristorante. Forse per questo ha deciso di raccontare il mondo degli italiani all' estero. E lo fa scegliendo un punto di vista particolare: quello della tradizione del pranzo domenicale. La giovane autrice dedica quattro mesi della sua vita ad ascoltare le storie, e la nostalgia, di chi ha lasciato la propria casa negli anni della giovinezza: l' Italia in cui le tovaglie erano ricamate a mano e la pasta fatta in casa, dove la domenica, dopo la messa, si univano i tavoli e si mangiava tutti insieme. Il risultato è un reportage disegnato, in cui ai colori e agli inchiostri si mescolano le parole, con una piccola appendice dedicata alle ricette. Silvia Santirosi RIPRODUZIONE RISERVATA
Santirosi Silvia
Pagina 38
(27 giugno 2010) - Corriere della Sera

SAPORE ITALIANO
Piccole storie di pranzi domenicali
Valérie Losa 
Zoolibri

lunedì 28 giugno 2010

I ritratti, una mappatura dell'anima






Tullio Pericoli all'Ara Pacis con i suoi dipinti, paesaggi e volti celebri: da Saviano a Pasolini

(Il Mattino 28 giugno 2010)
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Al Museo dell'Ara Pacis di Roma è stata inaugurata «Lineamenti. Volto e paesaggio», la mostra che riunisce 53 oli di Tullio Pericoli dipinti tra il 2007 e il 2010. L'esposizione, curata da Federica Pirani e visitabile fino al 19 settembre, permette di apprezzare un aspetto meno conosciuto della ricerca dell'artista. Uno scavo dell'interiorità che avviene attraverso una mappatura della superficie: poco importa che siano volti o paesaggi, che vengano ritratti delle vedute o i visi di Giovanni Testori, Carlo Caracciolo, Mario Botta, per citarne alcuni. È l'essenza quella che cerca di cristallizzare il pittore marchigiano, non gli accidenti. I ritratti sono come racconti, in cui il tempo di una vita si contrae nello spazio, ristretto, di un volto. E nei paesaggi si osserva lo stesso gioco, solo col beneficio dell'iperbole. Il tutto in una sovrapposizione e stratificazione di colori, oli, matite e pastelli, incisi e graffiati. 
Come nascono, Pericoli, questi lavori che sembrano anche rappresentare un'evoluzione del suo linguaggio? 
«Era una mostra che volevo fare da tempo perché i due temi, quello del paesaggio e del volto, sono i due poli della mia ricerca. Li ho messi insieme cercando di farli cortocircuitare. Vedremo se scatterà la scintilla. Per quel che riguarda il linguaggio, non credo si possa parlare di evoluzioni, e non me la sento nemmeno di pronunciarmi sulla direzione verso la quale mi sto muovendo. Forse non c'è nemmeno la volontà di saperlo. Parlerei di cambiamento». 
Dall'illustrazione alla pittura. Quale etichetta predilige e perché. 
«Ho realizzato tanti disegni per giornali e libri, ma ho sempre cercato di non fare delle illustrazioni se con questa parola si intendono dei lavori che spieghino il testo. Ho disegnato affiancandomi al testo, ma continuando a mantenermi indipendente». 
Cosa hanno in comune un paesaggio e un ritratto? 
«C'è in questo lavoro un accostamento dello spazio, della superficie del paesaggio a quello del volto. Non nel senso che si può ritrovare un paesaggio in un volto e viceversa. C'è però uno mio stesso modo di indagare i due mondi». 
Ha dichiarato che il ritratto «deve essere una cosa capace di aggiungere qualcosa di più vero al personaggio». Ci può spiegare cosa intende? 
«La differenza tra una persona viva, che parla e si muove e si esprime, e una persona morta è quella specie di fantasma che abita dentro di noi e che poi non c'è più. Il ritratto tenta di dare una fisionomia a questo qualcosa di impalpabile che sta dietro la prima pelle, l'interiorità che è fatta di presente, di passato e forse contiene già qualcosa del futuro». 
Dopo le centinaia di ritratti disegnati, dipinti, incisi, acquerellati, ha trovato una matrice originaria del volto umano? 
«Rispondo con qualcosa che mi ha detto una volta Umberto Eco. Gli ho fatto diversi ritratti. In uno di questi, mi disse, lui non ci si ritrovava, ma invece ci riconosceva quasi con fastidio la zia, il nonno, la nonna, il bisnonno. Ecco, sembrava che avessi colto qualcosa di più interno, di più originario di lui. Non so se esiste un'immagine assoluta, totale, dell'uomo. Forse tutti noi abbiamo in mente, senza saperlo, un modello assoluto e unico di cui ci serviamo per confrontare gli altri. Un modello che però non è rappresentabile. Certo è che ogni volta che esprimiamo un pensiero o un giudizio su una persona o un volto stiamo operando un confronto tra diverse cose che ci permette di arrivare a una definizione». 
Nei suoi quadri ci sono i ritratti di uomini nella piena maturità o sul viale del tramonto. Poi c'è Roberto Saviano
«La stratificazione degli anni e delle esperienze è necessaria per raccontare la storia del tempo che passa. Ecco il perché della mia scelta. Saviano mi ha incuriosito per altro. Sono tre gli elementi del suo viso: la fronte, gli occhi e la bocca. Ho eliminato il primo affinché si notasse per assenza, i suoi occhi che guardano, che come si dice sono lo specchio dell'anima, sono forse la cosa che più rimane nella memoria di chi lo osserva. Per quel che riguarda la bocca, si può notare la sua strana forma con una specie di forellino al centro. E da lì si può immaginare che qualcosa passi». 
Diverso il caso del ritratto di Pier Paolo Pasolini, in cui il naso e la bocca sono come cancellati. 
«La bocca è importante, è quella che risente di più delle stimolazioni muscolari che vengono dal pensiero. Esprime il carattere, il temperamento, quello che davvero è una persona. Ma per Pasolini ho creduto fosse più importante dare risalto a occhi, che occhi, e zigomi». 
Silvia Santirosi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

sabato 26 giugno 2010

Cosa significa pensare?

(Via Pò, 26 giugno 2010)
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"Un breve saggio di ermeneutica filosofica di Stefano Cazzato"

""Arriviamo a capire che cosa significa pensare” scriveva Martin Heidegger, “quando noi stessi pensiamo”. Nell’esercizio della facoltà, quindi, nell’attualizzazione della sua potenzialità possiamo comprenderne, afferrarne l’intima essenza. Ma, precisa subito il filosofo tedesco in Che cosa significa pensare, “perché un tale tentativo riesca, dobbiamo essere preparati a imparare a pensare”. Come? E, soprattutto, chi ci può insegnare?
Stefano Cazzato, da anni professore di Filosofia nelle scuole superiori, prova a rispondere con il suo Dialogo con Platone. Come analizzare un testo filosofico (Armando, pp. 64, euro 8,00). Un libro agile e snello in cui sono analizzati sei dei dialoghi minori del filosofo ateniese con l’obiettivo di render conto di un saper fare piuttosto che di un sapere. Il tutto nella convinzione che l’obiettivo dell’educazione non sia fornire nozioni specifiche da gestire e amministrare (nel tempo inevitabilmente condannate all’oblio e alla dimenticanza), ma una consapevolezza epistemologica. Solo la padronanza degli strumenti specifici della disciplina, infatti, permette di costruire un proprio percorso nell’acquisizione di nuova conoscenza. Ecco dunque il metodo proposto: focalizzare l’attenzione sul testo alla ricerca non tanto della sua verità, comunque da considerare come “frutto di interpretazioni sempre nuove” (come nella migliore tradizione ermeneutica), quanto della forza e della bellezza dei suoi discorsi, del linguaggio specifico. Nonostante le difficoltà oggettive, Stefano Cazzato sostiene la pratica della lettura diretta dei testi: per analizzarne le mosse retoriche, i giochi linguistici, le trappole logiche. Perché su queste, oltre che sulle prove, si basa un’argomentazione efficace che, a differenza del caso dell’asserzione finalizzata all’informazione e alla spiegazione, enuncia una tesi cercando di sostenerla a suon d’argomenti. Appunto. «Saper comprendere e confutare argomentazioni»: è questa la definizione del concetto di pensare che si legge nel documento redatto nel 2000 dalla Commissione di Studio sull’insegnamento della filosofia negli anni dell’obbligo (presieduta da Giovanni Reale e istituita dal ministro dell’Istruzione Giovanni Berlinguer). Insomma, le dichiarazioni programmatiche, le premesse per un reale cambiamento ci sarebbero. Eppure, nota l’autore, due problemi continuano a rendere asfittica la didattica della filosofia. Anzitutto il pregiudizio storicistico che subordina la comprensione di un pensatore, un pensiero e una strategia critica, alla sua precisa e puntuale collocazione sull’asse temporale. Un convincimento che provoca inevitabilmente la riduzione dell’insegnamento della filosofia alla storia della filosofia. Per non parlare poi della fede nel manuale, “una specie di feticcio trasformato da mezzo a fine”, come lo definisce appunto Stefano Cazzato.
Facciamo un passo indietro e torniamo al testo, anzi ai testi. Come l’Eutifrone di cui si analizzano le tecniche della verità e, tra le altre, il dubbio come strategia euristica. La discussione verte sul tema della giustizia, sebbene non si arrivi a definirla positivamente ma solo per esclusione. L’Epinomide, di cui si prende in considerazione il ragionamento per enumerazione o gradazione, o il Crizia per esaminare le strutture dell’argomentazione: il mito di Atlantide letto come tentativo di giustificare l’imperialismo ateniese su basi essenzialmente etico-teologiche. La strategia in atto è proprio quella di decostruire un metodo per renderne agevole e possibile la manipolazione. Che alluda alla maieutica socratica o alla dialettica platonica, la parola greca è composta da due elementi: metà (oltre) e hodòs (cammino): procedere dunque indipendentemente da una strada già segnata. Questo significa pensare. E, volendo dar ragione al cartesiano cogito ergo sum, essere.
Silvia Santirosi
© RIPRODUZIONE RISERVATA (Via Pò, Le conquiste del lavoro )

mercoledì 16 giugno 2010

Carteggio Croce - Laterza

(Il Mattino, 16 giugno 2010 )
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Alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è stata festeggiata ieri nella sede romana della casa editrice Laterza la conclusione del progetto che ha permesso la pubblicazione del carteggio Croce Laterza: dal 2004 hanno visto le stampe 4 volumi, curati da Antonella Pompilio di cui l'ultimo in due tomi uscito alla fine del 2009, più di quattromila pagine e cinquemila lettere. Un'iniziativa promossa dall'Istituto Italiano per gli Studi Storici, il cui presidente Natalino Irti ha ricordato come nel novembre 2003 per la prima volta parlò dell'idea ad Alda Croce. Tra gli altri presenti all'incontro Gianni Letta, Paolo Garimberti, Silvia Croce, Giuliano Amato, Stefano Rodotà, Gianni Borgna, Miriam Mafai. Sullo scambio epistolare tra il filosofo napoletano della libertà e l'editore barese durato più di un quarantennio (1901-1943) è stato già scritto molto. Eppure molteplici sono ancora gli spunti di riflessione. «Un epistolario - argomenta Luisa Mangoni - che consente di ricostruire la storia dell'incontro di due ambizioni a fare del proprio mestiere strumento di cambiamento, di due rischi consapevolmente affrontati, di due sfide al proprio ambiente e al proprio tempo». Un modo per permettere che «il lascito teorico e politico di allora si serbi nella memoria - dice lo storico Piero Craveri - che non vada perduto il rigore della riflessione e la speranza, senza le quali la vita civile di una nazione non si alimenta». In conclusione l'intervento di Giuseppe Laterza, che ha ribadito come la presenza della più alta carica dello Stato conferisca «un senso profondo al lavoro di quella comunità fatta di autori, insegnanti, librai e bibliotecari, di tutti quelli che credono nel valore della parola e che fanno un lavoro di ricerca, di divulgazione e condivisione della cultura».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

domenica 13 giugno 2010

LIBRINFESTA - CRONACA DI UN APPUNTAMENTO (con intervista)



Si è svolto lo scorso mercoledì  il primo degli Aperitivi Letterariche si terranno per tutto il mese di giugno in occasione della manifestazione dal titolo Librinfesta.  Nel corso della rassegna realizzata in collaborazione con la casa editrice Einaudi, si alterneranno scrittori affermati ed emergenti, introducendoci alle loro opere ed al loro modo di concepire la letteratura.
Tra i tavolini del famigerato Village in Via de Lollis ha avuto luogo l’incontro con i primi tre scrittori ospiti dell’evento: Silvia SantirosiDavide Dalmiglio e Michele Fianco.
A farla da padrona è stata la poesia. Tutti gli autori, infatti, hanno presentato le loro raccolte di componimenti in versi introdotti dal prof. Francesco Muzzioli, docente di teoria della letteratura presso la nostra Facoltà di Lettere. Il professore ha presentato i primi due come scrittori «senza tendenza», dal momento che la loro giovane età li vede nascere come autori in un momento storico privo di correnti letterarie vere e proprie.
È stato Dalmiglio il primo a presentare la sua raccolta di poesie dal titolo Nuvole a vapore di cui ha letto alcuni brani. La giovanissima curatrice della manifestazione, Francesca Fioretta, ha descritto l’opera come una «passeggiata compiuta  fuori e dentro sé stesso» , nella vita comune e nella propria anima. Dalmiglio usa un linguaggio vorticoso e spiazzante: talvolta il ritmo si accelera e dà spazio all’ironia ; talvolta invece si rallenta e colui che prima passeggiava, ora si siede e guarda dentro di sé, anche nella parte vietata ai minori e fatta di corporalità.
Quando chiedo all’autore come un giovane possa affacciarsi al mondo della letteratura , questi mi risponde che ci troviamo in una «situazione imbarazzante» in cui se non si fa un tipo di letteratura commerciale non si vende ed è di certo difficile vivere del mestiere dello scrittore. Comunque, per lui la poesia resta un «laboratorio di ricerca, di sperimentazione linguistica» molto di più di quanto non lo sia la narrativa.
A seguire, la giovane autrice Silvia Santirosi ha letto alcuni brani tratti dal suo Istantanee. Il  titolo stesso dell’opera  ci dice che non si tratta di una raccolta autobiografica ma piuttosto di una registrazione, di una fotografia della realtà mediante delle istantanee. Citando la Rosselli, l’autrice stessa ci dice che la poesia «non deve essere una confessione ma ricerca della verità». Dalla presentazione che la Fioretta fa di Istantaneeemerge il fatto che siamo davanti ad un libro bisezionato : in maniera ossimorica viene affrontato nella prima parte il tema della solitudine,  abbandonata nella seconda parte in cui l’autrice parla del rapporto con l’altro.
Come la Santirosi stessa mi dice, la poesia è da lei scelta sia perché esprime i concetti per immagini (tanto care all’autrice la quale è anche illustratrice), sia per una questione di forma. La poetessa preferisce,infatti, le forme brevi anche in narrativa. Alla mia domanda ‘cosa consiglia ad un giovane scrittore per farsi strada nel mondo della letteratura?’ lei mi risponde: « Innanzitutto leggere. Oggi tutti vogliono scrivere ma nessuno legge. E poi non pubblicare mai a pagamento e darsi molto da fare, far girare tanto le proprie opere».
In ultimo, e non per ordine di importanza, il poeta e musicista Michele Fianco, il quale ha interpretato alcuni brani tratti dal suo Best of… con l’accompagnamento musicale del sassofonista  Giorgio Cuscito. L’opera si presenta, infatti, come una raccolta dei risultati della sua ricerca verbale dal 1990 al 2008 racchiusi in un libro corredato da un cd. Qui l’autore recita parte delle sue poesie, alcune  tratte da Versi in via di liberazione, su note di musica jazz.
Fianco mi spiega che per lui  i versi sono «il territorio in cui convergono varie forme artistiche» : la musica sta nella metrica così come le immagini sono evocate dalle parole. Del resto, la narrativa è un linguaggio più comune, anche la tv fa narrativa. A differenza degli altri due autori, Fianco trova che i giovani scrittori di oggi siano più intraprendenti di quelli adulti, il che  da un lato è apprezzabile ma dall’altro lascia un po’ perplessi . Infine,  l’autore consiglia ai giovani scrittori di approfondire le proprie conoscenze, allargare i propri orizzonti: «evitare di specializzarsi poiché si rischia di diventare sordi per il resto».

Maria Flavia Vecchio

martedì 8 giugno 2010

L'Ora Panda #3

L'alienazione
Illustrazione per un racconto di Eros Tumbarello
per L'Ora Panda #3