lunedì 22 febbraio 2010

Un passo verso la conoscenza

(Via Pò del 20 febbraio 2010)
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"Che cosa farà Sancio Panza dopo la morte di Don Chisciotte? E qual è il vero testamento di Don Chisciotte?": si apre così il primo degli scritti raccolti sotto il titolo Diario delle delusioni, volume che ospita alcuni dei pezzi che nel tempo Luigi Malerba aveva accumulato, talvolta pubblicandoli, e talaltra rubricandoli nei suoi appunti sotto la sigla D.D.D, appunto. Otto sezioni fedeli alle ultime consegne dell'intellettuale, otto sottoinsiemi che ruotano intorno a un tema, con una cifra stilistica che rimane immutata. Sia che parli del suo amato Medioevo "così vicino e quotidiano", sia che si chieda di che legno è fatto Pinocchio, passando per l'epopea longobarda o riflettendo sulla condizione degli Zingari, popolo senza scrittura, ad animare le sue parole troviamo la stessa ironia e umorismo (quale lingua si parlerà in paradiso?), lo stesso gusto di indagatore della realtà e costruttore di mondi fantastici. Ma nessuna leggerezza, se non nel tono, nessuna concessione al disimpegno: "non si tratta di distrarre i lettori, di aiutarli a dimenticare" scrive nel brano intitolato Discorso in piazza, "ma di aiutarli ad avere coscienza dei problemi che incombono sul destino dell'umanità".
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Sul sito de Le Conquiste del lavoro per continuare la lettura. QUI

mercoledì 17 febbraio 2010

Bégaudeau: dalla scuola alla ricerca della dolcezza

(Il Mattino 16 febbraio 2010)
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«A trentacinque anni arrivò il momento di diventare un uomo»: è quasi una dichiarazione d'intenti la frase che apre il nuovo romanzo di François Bégaudeau, autore già noto al pubblico italiano per il fortunato La classe da cui è stato tratto l'omonimo film Palma d'Oro al Festival di Cannes. Il lettore è avvertito: quello che sta per leggere è l'autoritratto di un uomo e della sua generazione precaria, instabile e depressa, una condizione che anche la frammentarietà della forma stilistica esprime. Questo è uno dei modi possibili in cui leggere Verso la dolcezza (Einaudi, pp. 152, euro 15,50). Un approccio che però lascia insoddisfatti e convinti che c'è dell'altro dietro lo pseudo naturalismo della precisione dei particolari (ogni spostamento in città - siamo a Parigi - è certificato dal numero della linea della metropolitana presa, dal nome delle stazioni), da dialoghi che sembrano registrazioni fedeli, dagli elementi ripetuti ossessivamente (sembra che i personaggi non mangino altro che anatra e broccoli, non posseggano che accendini di Star Wars e magliette con la scritta «Don't worry be happy»). Il tentativo non è solo di mettere in scena l'oggi. Piuttosto di indicare una via, da sognare forse più che da praticare, e tutto questo attraverso anche la critica velata, mai diretta, al recente passato. Dietro i frammenti delle storie individuali di Jules, Bruce, Jeanne o Cathy, segnate da fallimento e insoddisfazione, dietro le relazioni che per eccesso di cinismo e disillusione non decollano o sono interrotte prima di cominciare, insomma, dietro questa serie di piccoli quadri che nemmeno tutti insieme riescono a comporre un tutto sensato, c'è l'allusione a un percorso verso quella dolcezza che nomina il titolo. E se c'è il nome, chissà, c'è anche la cosa.
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Sul sito de Il Mattino per continuare a leggere: QUI.

giovedì 11 febbraio 2010

Uno strano amore

(Andersen, febbraio 2010)
Ed ecco la seconda recensione. Buona lettura!

martedì 9 febbraio 2010

Pennac: impariamo da Bartleby a sconfiggere i cattivi desideri

(Il Mattino 09 febbraio 2010)
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Bartleby lo scrivano, una storia di Wall Street è il testo di Herman Melville che Daniel Pennac ha adattato per la scena. Presentandolo al Teatro Argentina di Roma, lo scrittore francese ha inaugurato la rassegna «Face à face, parole di Francia per scene d’Italia», una manifestazione che porterà in dieci città italiane (Milano, Torino, Napoli, Palermo, Bologna, Bari, Firenze, Genova e Noto) 40 spettacoli firmati da autori francesi e messi in scena da registi e attori italiani. 
Come nasce il desiderio di salire sul palcoscenico? 
«Per me il teatro rappresenta un modo per incontrare le persone. Mi stanco spesso di me stesso, di essere sempre solo davanti alla tastiera. Rischio di diventare un po’ autistico praticando il solo mestiere di scrittore. Ho bisogno di vita e un teatro è vivo. Come lo erano le classi in cui insegnavo quando ero professore. Forse, l’unica differenza tra una classe e una platea è che gli studenti sono costretti a restare. Gli spettatori no. L’altro motivo è che amo la lettura ad alta voce. Lo faccio da tutta la vita. Leggo ai miei amici, a mia moglie». Non è la sua prima volta a teatro. Dopo l'esperienza di «Merci»cosa è cambiato? 
«Veramente no. La paura, il panico totale sono esattamente gli stessi. È un elemento interessante su cui riflettere. Come interprete ho paura del ridicolo? No. Dell’insuccesso? Nemmeno. Ce ne sono stati ben altri di insuccessi nella mia vita». 
Qual è quindi il suo rapporto con il racconto di Melville?
«All’inizio ero convinto fosse molto conosciuto. Quando si apprezza qualcosa da tutta la vita, si crede che faccia parte dell’immaginario di tutti. Ma non è così. Ho chiesto quanti lo avevano letto: più o meno il 2 per cento del pubblico. È per questo che ora, prima di iniziare a leggere, racconto brevemente la storia. Un altro testo che amo profondamente, costitutivo della mia persona, è la Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij. Un giorno, forse, porterò a teatro anche quel testo». 
E con il personaggio di Bartleby? 
«Questa figura rappresenta, per usare un termine spinoziano, una monade impenetrabile, l’arresto del desiderio. Bartleby chiude la porta al mondo con il suo pacato rifiuto: preferirei di no. Usa il condizionale, ma senza associare il verbo preferire a un’azione concreta: quel preferirei di no è un rifiuto assoluto. Poi c’è il personaggio del notaio, altrettanto interessante. Una persona socialmente strutturata, inserita, animata dalla sincera volontà di capire gli altri che viene scioccato e destabilizzato dal comportamento dello scrivano. E piano piano anche le sue certezze crollano». 
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martedì 2 febbraio 2010

LOOP: MESSICO 2010. RIVOLUZIONE

Dal 29 gennaio in edicola il nuovo numero di LOOP

Loop è in fuga. Cerca riparo nella terra degli esuli. Tra i latitanti di tutte le rivolte. Nell’anno 2010, il primo approdo è in Messico, sulla scia di una voce che di orecchio in orecchio ha fatto il giro del pianeta. Qui, nella terra di Zapata, Pancho Villa e di Flores Magón, Loop insegue le tracce di una rivoluzione incompiuta lunga 200 anni e che, qualcuno dice, sta per compiersi. C’è odore di cadavere e di morte.
Loop attraversa il deserto e si tuffa dentro il mostro. Loop si perde nella città, vagabonda a fianco di banditi, prostitute, fuggitivi e latitanti. Porta un fiore a San Giuda. Il santo protettore di ogni causa persa.
Il viaggio finisce da dove è cominciato, alla ricerca di una voce portata dal vento. Nell’attesa di qualcosa che viene o che già c’è. Una rivoluzione infinita.

Loop torna dal Messico fino ai luoghi dell’apocalisse contemporanea. Europa, Italia. Il tanfo è sempre più forte.

       Titolo: Nada, no decir nada.

Loop ha bisogno di voi: QUI tutte le informazioni per gli abbonamenti!!!