martedì 27 luglio 2010

Notturno argentino

(Numero di Luglio/Agosto di Andersen)

Le illustrazioni sono di Stefania Spanò, realizzate per il progetto "Unchildren". 
Nel box qui sopra la descrizione dell'iniziativa. Nel prossimo post, l'intervista realizzata il giorno dell'inaugurazione della mostra alla Sala Santa Rita di Roma che si poteva visitare fino al 30 giugno.

lunedì 19 luglio 2010

I nuovi sofisti del dibattito pubblico

(Via Pò, 17 luglio 2010)
___________________

Ci sono le polemiche, come quella tutta bipartisan contro “I Poteri forti” (ma dove staranno, se tutti li criticano?), ci sono le dichiarazioni rilasciate a tamburo battente contro la faziosità della magistratura (indipendente proprio perché deve garantire dagli abusi degli altri poteri il popolo in nome del quale è amministrata – art. 101 della Costituzione), ci sono le continue smentite e le debite precisazioni di frasi appena rilasciate. Nella situazione di inestricabile intreccio di politica e mezzi di comunicazione di massa, di personalizzazioni (e personaggi) nati dalla crisi delle ideologie, nell’oscillare delle informazioni e nella molteplicità degli interessi, il dibattito pubblico si svolge in un agone epistemicamente grigio. Questa è la condizione in cui ci troviamo oggi: alla fragilità della verità nella sfera pubblica, strutturale e connaturata allo stesso sistema democratico, si accompagna un abbassamento della fiducia dei cittadini e un’evidente (conseguente?) nichilistica indifferenza. E questo è lo scenario preso in esame da Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico (Bollati Boringhieri pp. 257, euro 15,00). Nel suo ultimo libro, Franca D’Agostini cerca di descrivere e smascherare presupposti, fallacie (un argomento che sembra corretto ma non lo è, Aristotele ne individuava 13 nelle sue Confutazioni sofistiche, oggi se ne contano 112) e strategie in atto nel discorso pubblico. Il tutto attraverso la spiegazione di elementi di teoria dell’argomentazione con incursioni in diverse discipline come la logica (che si occupa della validità), la retorica (della persuasività), la metafisica (che riflette sulla realtà) o l’epistemologia (sulla conoscenza) in nome della “verità”, uno dei trascendentali ossia dei concetti chiave della filosofia. “Anche nuda”, diceva Galileo Galilei, “è sempre abbastanza ornata di per se stessa”, o così almeno dovrebbe essere. Non oggi, comunque, nel regno degli spin doctors in cui non si può non dubitare della ragionevolezza del dibattito pubblico e dell’accettazione delle regole che si suppongono condivise e il cui rispetto garantisce lo svolgimento costruttivo del confronto. “Come sanno bene gli avvocati” scriveva Pier Paolo Pasolini nei suoi Scritti corsari, “bisogna screditare senza pietà tutta la persona del testimone per screditare la sua testimonianza”. E, infatti, discutere non sembra più finalizzato a verificare l’accettabilità di una o più tesi, ma a delegittimare in partenza il discorso degli avversari politici per averne ragione. Ricordate quando Nick Naylor, protagonista politicamente scorretto del film Thank you for smoking di Jason Reitman, affermava: “se argomenti nel modo giusto, non hai mai torto”? Non è possibile trovare migliore definizione della strategia retorico-argomentativa conosciuta come avvelenamento del pozzo.
La vastità e la velocità dell’avvelenamento sono certamente inedite, ma Franca D’Agostini è convinta che non siano il risultato del potere dei media e del loro gioco sistematico di falsificazione. Quantomeno non solo. Presupposto il cosiddetto primato del terzo, (ossia di chi recepisce gli argomenti su chi li produce), preso atto che è cresciuta e continua a crescere la velocità dello scambio, della confusione e del “rumore”, è necessario considerare anche che sono a disposizione più informazioni per smascherare il falso, che si è potenziata l’abilità quotidiana del singolo di capire e selezionare l’utile e l’interessante. Non sembra reggere nemmeno il nichilistico motto “tutti hanno torto, e non c’è verità”: se si va oltre, sembra dirci la filosofa, ci si accorge che c’è ancora molto da imparare. L’insidia non sta nell’avvelenamento del pozzo, dunque, ma nel fatto che non è sempre evidente che lo sia, che non si veda e percepisca correttamente dove sia l’errore strategico, l’opportunità ideologica. Come a dire che se vengono insegnate ai cittadini le regole del giusto argomentare e a seguire la dialettica dei concetti, prevarranno i migliori. Conclusioni all’insegna dell’intellettualismo socratico. Ma è davvero così?
Silvia Santirosi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

martedì 13 luglio 2010

Una travolgente umanità

(Via Pò, 10 luglio 2010)
___________________
"Buttarsi, il nuovo romanzo di Dan Fante pubblicato da Marcos y Marcos"

Occhiali con la montatura scura, piccoli e rotondi. Jeans e scarpe marroni, camicia azzurra con le maniche arrotolate che lasciano scoperto il tatuaggio sul braccio destro: il nome di suo fratello, una serie di numeri con data e la scritta "dead from alcohol". Così si presenta Dan Fante ai suoi lettori romani. In Italia per promuovere l'uscita di Buttarsi (Marcos y Marcos, pp. 272, euro 16,50), lo scrittore americano non risparmia storie e aneddoti su di sé e su ciò che racconta nel libro, cioè la sua vita. "Ne ho scritti cinque che hanno come protagonista Bruno Dante, mio alter ego, e mio padre ovvio. Ma non ho mai scritto qualcosa su mia madre" dice quasi intenerito, mitigando quel suo modo di essere ironico e canzonatorio, perfettamente padrone della situazione. "Ecco che invece il personaggio di J. C. Smart è costruito su di lei: mia madre era una poetessa, un critico, un editor eccezionale. Ha letto quattro, cinque libri a settimana fino a qualche giorno prima di morire. Era la persona più colta e geniale che abbia mai conosciuto, anche se non era proprio dolce e amorevole. Le ho dato corpo e voce realizzando così anche un suo desiderio: essere un poeta pubblicato. I due componimenti che sono nel libro sono suoi". Una specie di risarcimento a posteriori, come chiarisce subito dopo. "Quando ancora vivevo con lei ed ero senza lavoro, le ho fatto leggere alcune pagine. Oh Dio no, ha esclamato, non voglio un altro scrittore. Odio gli scrittori! E quando le ho chiesto di revisionare il manoscritto di Angeli a pezzi, mi ha detto che se davvero volevo vivere di questo mestiere, dovevo quantomeno fingere di saper fare lo spelling".
Come già suo padre prima di lui, Dan Fante scrive di cose che conosce molto bene: la sua vita reale, la sua famiglia, i suoi errori. L'autobiografismo è la
chiave di tutta la sua scrittura: una letteratura di vita e di strada. Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta, dice Philip Roth. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme:
mi è capitato di incontrare molti personaggi dello spettacolo: Bruce Springsteen, Mike Jagger e altri. E ce n'era uno che chiedeva sempre di me: era Paul Simon. Per un anno intero l'ho accompagnato ovunque, ma lui non mi ha mai rivolto la parola. Fino al giorno in cui mi sono rifiutato di continuare. Non riuscivo a capire perché volesse proprio me. Un mio collega me l'ha spiegato tempo dopo: ero uno degli autisti più bassi della ditta. Un po' come lui".
Non c'è domanda alla quale si tira indietro, cinico e disilluso quanto basta. Chiarisce ogni punto, senza ripulire contenuti e modi. Parla lentamente, scandendo frasi e parole, quasi pregustando l'effetto che produrrà nell'uditorio. "Mio padre amava molto i cani. Arrivò a possederne fino a dieci. Ogni sera gli preparava la cena, uno strano, orribile miscuglio di cibo, e questo rituale è andato avanti per anni. Una volta scappò il suo amato, e detestato da tutti i vicini, cane Rocco. Poco dopo sentimmo uno stridere di freni e di gomme e vedemmo l'animale che volava per aria. Io, mio padre e mio fratello uscimmo in strada. Mio padre prendendolo fra le braccia ripeteva: oh mio Dio, il mio cane è morto, oh mio Dio! Rocco tossì, due volte, si alzo e saltò giù, andandosene per i fatti suoi. A quel punto mio padre gridò: questo cane vivrà per sempre! È come Giulio Cesare". Un'ultima curiosità. Il titolo originale è 86'd. "Non ne conosco l'origine, ma è un'espressione dello slang americano" risponde alla richiesta di chiarimenti. "Se vai in un bar a bere ogni notte, diventi molesto, inizi a creare problemi e ti viene detto di non farti più vedere lì, ecco allora che diventi un 86".
Silvia Santirosi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

mercoledì 7 luglio 2010

Le matite magiche di Quentin Blake

(Via Pò, 3 luglio 2010)
____________
“Facciamo in modo di mettere questo mondo sottosopra nuovamente nel verso giusto cominciando dai bambini. Mostreranno agli adulti la via da percorrere”: di questo era convinta Jella Lepman, fondatrice dell’IBBY (International Board on Books for Young People), l’organizzazione no-profit nata durante la ricostruzione della Germania dopo la Seconda Guerra mondiale e che dal 1953 promuove la letteratura per l’infanzia in tutto il mondo. Un progetto basato sulla convinzione che attraverso l’educazione alla lettura, alimentati con questo speciale cibo per l’intelletto che sono i libri, i bambini possano diventare dei divulgatori per la promozione della pace e del confronto fra diverse tradizioni culturali.
Uno spirito che marca fortemente anche Tu-La tribù dei lettori, il Festival di lettura per ragazzi (dal 2 al 6 giugno), organizzato dall’associazione culturale Playtown Roma e dalla Provincia di Roma. “Non una fiera, ma un progetto culturale lungo un anno alla sua prima edizione di cui le giornate in piazza sono solo la punta dell’iceberg”: con queste parole Gianluca Giannelli definisce la manifestazione. Qualche numero è utile per capire le ambizioni dell’iniziativa: 30 editori italiani e stranieri, più di 700 titoli da leggere e sfogliare, 15 tepee distribuiti tra Villa Borghese (Casina di Raffaello), Piazza Mignanelli (vicino Piazza di Spagna), Largo San Rocco (dietro l’Ara Pacis) e Largo dei Lombardi (via del Corso), senza dimenticare le location di via dei Greci (Conservatorio Santa Cecilia), dell’Auditorium Parco della Musica, della Sala Liegro e del cortile di Palazzo Valentini. Un modo per far uscire l’infanzia dalla riserva. Non fosse altro perché “la cultura è un grande motore economico”, come sostiene Andrea Mondello, presidente della Camera di Commercio di Roma. “Mancano gli investimenti che favoriscono i consumi culturali dei bambini. L’impegno si concentra soprattutto nella promozione di vestiti e giocattoli” dice Nicola Zingaretti, “per questo motivo, in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, promuovere i libri significa anche aiutare un insieme di piccole e medie imprese dell’industria culturale. Significa anche rilanciare sotto il profilo turistico la città di Roma”. Insomma, anche i rappresentanti della politica e dell’economia, partner dell’iniziativa, sembrano guardare nella stessa direzione degli organizzatori, sebbene il loro orizzonte sia di breve periodo e legato al raggiungimento di interessi particolari. E anche se, dando ragione a Machiavelli, le migliori fondamenta di tutti gli Stati sono le buone leggi e i buoni eserciti, magari anche i buoni libri possono fare la loro parte: e 150 sono le occasioni per renderli protagonisti. Dalle 5 mostre alle letture animate di attori, come Claudia Gerini e Michela Cescon, o di semplici volontari. Dai laboratori sull’illustrazione, sulla poesia, sul cinema agli incontri con autori italiani (Paolo Giordano, Dacia Maraini, Margaret Mazzantini e Ugo Ricciardelli) e non (Claude Ponti, Bernard Friot, Aurélia Fronty o François Place, per parlare del loro lavoro o di loro stessi nella veste di lettori. Padrino dell’evento l’inglese Quentin Blake, uno dei più importanti illustratori al mondo, che ha inaugurato la manifestazione incontrando i ragazzi di diverse classi romane.
Perché ha scelto di diventare un illustratore?
“Ho sempre disegnato e ho sempre cercato di farlo con humour. Ho iniziato a spedire in giro i miei primi lavori a 16 anni e da quando un giornale ha deciso di pubblicarli non ho più smesso”.
Quali sono gli artisti che hanno influenzato il suo percorso?
“Oltre ai grandi, Rembrandt per tutti, mi vengono in mente due nomi in particolare: l’artista francese André François e l’inglese Ronald Searle che è scomparso il mese scorso alla veneranda età di novant’anni”.
Il suo nome viene naturalmente associato allo scrittore Roald Dahl di cui ha illustrato molti libri. Ci può parlare del vostro rapporto?
“Era un uomo molto interessante. E molto alto. Forse per questo incuteva un po’ di timore. Spesso era malato, camminava con l’aiuto di un bastone, eppure non era il tipo che amava lamentarsi. Magari per questo aveva un temperamento un po’ brusco. I suoi non erano solo libri divertenti, ma storie che parlano di persone reali. Ad esempio nel GGG (Il Grande Gigante Gentile), la piccola protagonista è un personaggio costruito sulla nipote e nello stesso gigante è possibile ritrovare alcune sue caratteristiche, anche se non è proprio lui. Quando ci incontrammo per decidere come caratterizzarlo, non riuscimmo a trovare un modello di scarpe che andasse bene. Tornai a casa e un paio di giorni dopo mi arrivò un pacco. Roald Dahl mi aveva spedito uno dei suoi enormi sandali. E io l’ho disegnato uguale”.
Cosa pensa degli illustratori italiani?
“Amo molto il lavoro di Roberto Innocenti che è esattamente il mio opposto. È meraviglioso osservare, attraverso le sue illustrazioni così pieni di dettagli, il suo sguardo sul mondo”.
A cosa sta lavorando adesso?
“Ai disegni di un nuovo libro di cui ho scritto anche il breve testo. È la storia di una donna che ha un cappotto con moltissime tasche piene delle cose più diverse: ombrelli, gelati, coccodrilli, barche e più va avanti la narrazione, più questo cappotto diventa selvaggio! Sto anche realizzando i disegni di una parete dell’Unicorn, un teatro per bambini di Londra”.
Silvia Santirosi
© RIPRODUZIONE RISERVATA (Via Pò, Le conquiste del lavoro )