lunedì 28 febbraio 2011

Lorenzo Mattotti: Farò rivivere il mio vecchio Huckleberry Finn.

(L'Unità, 17 febbraio 2011)
______________________
Passeggiando per Angouleme con Mattotti!!!


«Il fumetto è fatto di carta, di libri. La voglia di toccare la materia, di perdersi nell’immagine sono strettamente legati a questo mezzo di espressione» esordisce Lorenzo Mattotti entrando nel Musée de la Bande Dessinée d’Angoulême. E’ lì che ci ha dato appuntamento domenica, ultimo giorno del Festival Internazionale del fumetto che ha riservato molte sorprese quest’anno. Come la Palma d’Oro per il miglior albo vinta dall’italiano Manuele Fior e dal suo 5000 kilometri al secondo (Coconino Press, 2010).
«Personalmente apprezzo questo giovane talento che sperimenta tecniche diverse» commenta, «che è sempre alla ricerca della forma più adatta per raccontare le sue storie. Ad esempio nell’albo precedente (La signorina Else, Coconino Press), trattandosi dell’adattamento di un racconto di Arthur Schnitzler, rende omaggio ai grandi artisti della Secessione viennese. Ritroviamo così un tratto, riferimenti espliciti all’immaginario di Klimt o Mucha, per fare due nomi. Del lavoro premiato, che ha un sapore grafico che richiama l’Inghilterra degli anni Sessanta, ho amato in particolare la narrazione delicata e sensibile. Un fumetto che si può definire quasi un romanzo esistenziale».
Ma un segno che si evolve sempre non corre il rischio di non essere riconoscibile?
«In realtà, no. La personalità di un autore – quello che chiamiamo stile e che non è una formula data una volta per tutte – viene fuori molto lentamente. E’ un bene continuare a lavorare, ricercare modi di esprimersi sempre diversi. Significa avere la capacità di reinterpretarsi e di non ripetere forme vuote solo per un discorso di riconoscibilità che certamente è legato alla visibilità, che però ha soprattutto un valore commerciale».
E il significato del Gran Prix assegnato a Art Spiegelman?
«Un premio dovuto che finalmente è arrivato. Con Spiegelman ha vinto, di nuovo, il fumetto d’autore e di ricerca, quello che non si tira indietro nemmeno di fronte alla riflessione su di sé come linguaggio specifico. E Spiegelman, con il suo essere autore, studioso e divulgatore, ne è la perfetta incarnazione».
Questo ci dà l’occasione per tornare a parlare del Museo. Quali sono gli elementi che lo rendono così interessante?
«Mi sembra che dia una risposta soddisfacente alla domanda: come esporre il fumetto? La modalità di presentazione è sì orientata alla divulgazione, permettendo una fruizione completa e soddisfacente del materiale. Le tavole originali non sono semplicemente appese ad un muro. Ci si può avvicinare alle teche in modo da apprezzare meglio il tratto delle matite o delle chine, cosa importante per un addetto ai lavori. Ma al tempo stesso non è tutto basato sull’originale. Ci sono stampe realizzate con cura e tutte di ottima fattura, i libri per i quali quei fumetti sono stati realizzati. Così anche il semplice appassionato può essere iniziato a tutte le fasi di realizzazione di un fumetto. Avessi avuto io la possibilità di disporre di tali informazioni quando ho cominciato a disegnare» aggiunge ridendo. «Mi ricordo che una volta sono andato da Bonvi a fargli vedere i miei disegni e lui, notando che tutte le scritte nei miei balloon erano storte, mi ha suggerito di disegnare delle linee parallele a matita. Una cosa semplicissima, a cui io non avevo semplicemente pensato».
La visita continua. Si passeggia tra gli altri visitatori, poi ci si siede in uno degli spazi dedicati alla lettura: divani colorati con dei tavoli rotondi vicino dove sono poggiati albi illustrati che possono essere liberamente consultati. Ed è lì che Lorenzo Mattotti ci mostra le prove di stampa del suo prossimo libro: l’Huckleberry Finn che ha disegnato quando aveva 23 anni e che è stato pubblicato, ma poi mai ristampato, dalla Ottaviano Editore nel 1978.
Quando lo troveremo in libreria?
«In Francia uscirà la prossima primavera con Gallimard. In Italia vedremo».
Tornando ad Angoulême, cosa hai trovato più interessante?
«C’è la personale dedicata a Dominique Goblet.  Apprezzo molto il suo modo di disegnare. Ogni tratto esprime forza, permette di vedere il lavoro muscolare che ne è all’origine. Ogni segno è come un istante della sua vita messo in pagina e la narrazione che ne risulta si confonde con la vita stessa. Poi c’è la mostra sulla Nouvelle Bande Dessinée belge francophone, di cui la stessa Goblet fa parte. Li ho conosciuti anni fa, durante un seminario, quando erano ancora tutti studenti alla scuola di Sant-Luc di Bruxelles. Insomma, li ho visti nascere, crescere e distruggere con metodo e rigore la narrazione classica del fumetto e i suoi codici, sconfinare in altri territori più prossimi all’illustrazione e alla pittura. La mostra riassume bene questo loro percorso».
D’altra parte l’arte contemporanea scambia oggi così tanti rimandi con il fumetto…
«Sì, ma mentre loro hanno portato avanti un lavoro all’interno del linguaggio del fumetto stesso, studiandone prima a fondo le regole per poi decostruirle, quello che mi infastidisce è che dall’altra parte si assuma solo superficialmente l’estetica della bande dessinée. Perché ormai è qualcosa di consolidato. La figura del pittore è quasi scomparsa e chi davvero lavora sull’immagine disegnata, chi ha il savoir-faire, non sono che gli illustratori, gli animatori e i fumettisti. L’arte contemporanea ormai è interessata ad altro: all’installazione, all’oggetto, allo spazio».
Silvia Santirosi

venerdì 25 febbraio 2011

Il concerto illustrato


Il 38esimo Festival di Angouleme e la cultura operaia. Intervista ad Alfred.

_____________________
(Via Pò, 19 febbraio 2011)



Otto disegnatori (Alfred, Charles Berberian, Tanxxx, Tebo, Matthieu Bonhomme, Merwan Chabane, Mathieu Sapin, Bastien Vivès) e un’orchestra musicale (quella d’Areski Belkasem): ecco i nomi del Concert de dessins di quest’anno. La mano traccia i primi segni su un foglio bianco e, nello stesso istante, le prime note riempiono l’aria. Comincia così lo spettacolo nel teatro di Angoulême, piccola cittadina francese che ospita da 38 anni il Festival del fumetto più importante d’Europa. L’edizione di quest’anno (dal 27 al 30 gennaio) è stata tutta all’insegna del rock’n roll e della riflessione sulla cultura operaia. E non poteva che essere così vista la presidenza di Baru (L’autoroute du soleil, Povere nullità, L’arrabbiato, Gli anni Sputnik, solo per ricordare alcuni dei suoi lavori), l’indiscusso maestro francese di origine italiana. Tante le sorprese. La più bella? La Palma d’Oro per il Miglior Albo vinta da 5000 chilometri al secondo (Coconino Press, 2010), novel graphic di Manuele Fior, giovane talento nostrano. Per non parlare del Gran Prix assegnato ad Art Spiegelman, mostro sacro della bande dessinée internazionale, autore di Maus (quest’anno festeggia i 25 anni dalla sua prima pubblicazione), in cui si confronta con la tragedia dell’Olocausto e con la figura del padre sopravvissuto ad Auschwitz.
Ma torniamo da dove siamo partiti, ossia al Concert de dessins, un prodotto tutto francese. Per un’ora o poco più, i presenti hanno gioito e sofferto con i protagonisti della vicenda racconta: il colpo di fulmine tra un wrestler e la compagna di un “signorotto” presente nel pubblico, l’amore “diverso” tra l’altro wrestler e il signorotto stesso. Entrambi coronati da un tenero happy end. Ne abbiamo parlato con Alfred che ormai è un veterano della squadra. E, del giovane talento francese che vive da due anni a Venezia, è stato appena pubblicato il volume Octave (Tunué, 2010) che riunisce la serie di fumetti per bambini realizzata insieme a David Chauvel.
Quando nasce l’idea del concerto illustrato?
“L’inventore è Zep, il creatore di Titeuf. Quando è stato presidente della 32esima edizione del Festival di Angoulême, ha avuto l’idea di mettere insieme musica e fumetto, due arti strettamente legate. Dal 2005, quindi, ogni anno si cerca di dare vita a un nuovo progetto”.
Come si arriva al prodotto finale?
“Due sono le fasi di realizzazione. Scelto il gruppo che dovrà suonare, viene scritta una storia – quest’anno da Charles Berberian –  e decisi i brani. Quando questo materiale è pronto, viene passato ai disegnatori che lavorano sulle immagini. Due giorni prima del concerto tutta la squadra si ritrova insieme per un momento di confronto ed è a questo punto lo spettacolo comincia a prendere forma. Una forma che non è mai definitiva, però. Perché il fatto che tutto si svolga in diretta e in presenza di un pubblico, a volte impone cambiamenti imprevisti”.
L’improvvisazione gioca quindi un ruolo fondamentale.
“È così, anche se sul palco dobbiamo far finta di avere tutto sotto controllo. Anche se a volte proprio non sappiamo dove stiamo andando e come sarà la prossima vignetta. In più, quest’anno abbiamo sperimentato una nuova modalità che personalmente ho trovato più divertente e fonte di una grande energia creativa: c’erano due tavoli sul palco e noi facevamo continuamente avanti e indietro. In quattro o cinque abbiamo lavorato insieme a ogni immagine. Di solito, invece, ognuno realizzava una vignetta e ci si alternava all’unico tavolo in scena”.
E alla fine, cosa resta? Avete mai pensato di pubblicare i disegni così realizzati?
“No, non sarebbe possibile. E non avrebbe senso. L’obiettivo non è fare un bel disegno. Siamo in cinque sullo stesso foglio e abbiamo a disposizione solo tre minuti. Sbagliare fa parte del gioco e la cosa davvero importante è riuscire a far vivere le immagini in modo da comunicare qualcosa al pubblico in teatro. Divertimento e scambio di emozioni: ecco il vero obiettivo”.
Silvia Santirosi

martedì 22 febbraio 2011

Un gigante del fumetto italiano


(Via Pò, 19 febbraio 2011)
_____________________


“Un saper vivere e un sapersi muovere che io non ho mai rifiutato, ma nemmeno accettato”: così commentava Andrea Pazienza il no della sua casa editrice alla storia di Pompeo, alter ego invecchiato di Pentothal. Perché ricordiamo queste parole? Forse per non dimenticare che accanto all’artista, c’era l’uomo Andrea Pazienza. Vediamo perché. Nato tra colori, carta e tele, il padre era un superbo acquarellista, inizia a dipingere giovanissimo, smettendo altrettanto presto. “Non potevo accettare” racconta ancora in un’intervista, “che un mio quadro di denuncia potesse finire nella camera da letto di un costruttore di Monte Silvano”. Dopo il liceo artistico e il periodo pescarese, Andrea si trasferisce a Bologna dove frequenta il Dams. Ed è in quegli anni che nasce quella specie di “vademecum dell’irrisolto, del non integrato”, testimonianza impagabile anche degli anni della contestazione giovanile (tra l’altro mai attuali come in questi giorni). Il protagonista di quelle storie è proprio Andrea-Pentothal, incarnazione dell’incapacità a vivere il malessere, scisso tra realtà e sogno, con quel senso oscuro di persecuzione che spinge fino all’autodistruzione. Nell’estremo tentativo di evitare lo spettro del conformismo. Umberto Eco prima, Hugo Pratt poi, danno la loro benedizione a queste tavole. Videro così la luce Le straordinarie avventure di Pentothal (Fandango, pp. 138, euro 20,00) che la casa editrice romana pubblica in volume con un’introduzione di Enrico Palandri. Storie di ordinaria quotidianità dove ai coinquilini, ai compagni (di università o di collettivo), alle donne, anche quelle con il becco d’uccello, si mescolano personaggi come Buffalo Brill, il generale George Armstrong Custer, Don Chisciotte e Sancho Panza. Squarci di normalità alternati a visioni metafisiche, il tutto condito da mille riferimenti all’arte con la A maiuscola (da Klimt alla pittura metafisica, solo per fare un paio di esempi). Ecco allora file all’ora di pranzo fuori dalla mensa universitaria che fanno da contrappunto a distese desertiche o giungle che si perdono all’orizzonte. “Vedi se vedi la fine. La vedi?” urla da un balloon una voce fuori campo nell’ultima vignetta di una tavola. Filosofi e profeti hanno predicato nei secoli che il senso di qualcosa si legge attraverso e alla luce della (sua) fine. “Sempre si paga uno scotto, ogni suo piacere ha un prezzo. Il prezzo di una corsa a piedi nudi sulla battigia è un letto pieno di sabbia” leggiamo in un’altra storia. Quello della libertà, forse è la vita. Un prezzo che Andrea Pazienza ha pagato in contanti. La sua posizione di gigante del fumetto italiano, anche se con i piedi d’argilla (genio e fragilità, ahimè, si accompagnano spesso), ormai è consolidata. Meno quella di artista colto e raffinato. E questo libro può essere “utile” in questo senso.
Piccola postilla conclusiva. C’è ancora chi pensa che il fumetto sia letteratura di serie B, magari per il suo linguaggio ibrido, né romanzo né pittura, ma non solo (varrebbe lo stesso discorso per la letteratura di genere). Si sa anche, però, che bisogna economizzare il proprio disprezzo, dato il gran numero di bisognosi. Proprio come insegnava Chateaubriand.
Silvia Santirosi

mercoledì 16 febbraio 2011

Il ruolo della fortuna nella vita degli uomini: Festival della filosifia di Modena del 2010

(Via Pò, 20 novembre 2010)
______________________


Creatività dell’imprevisto, teoria del rischio e tecniche della sua calcolabilità, tensione mai sanata fra norma e caso, azzardo e scommessa, viaggio e avventura: sono questi alcuni dei modi in cui è stato declinato il tema Fortuna, parola chiave dell’ultimo Festival di Filosofia di Carpi, Modena e Sassuolo, quest’anno alla sua decima edizione. Il fatto di vivere in un mondo dominato dall’incertezza, tanto a livello personale (precarietà lavorativa e sentimentale) che collettivo (tramonto degli orizzonti e delle ideologie, minacciato da forze soverchianti a livello finanziario o ambientale) rende una questione cruciale quella della sorte, favorevole o sfavorevole che sia, configurando lo statuto della contingenza come il banco di prova del rapporto tra possibile e necessario.
Fra le tante risposte formulate, due sembrano indicare un comune orizzonte di praticabilità. Stiamo parlando delle riflessioni che Massimo Cacciari, professore di Estetica all’Università Vita–Salute San Raffaele di Milano, ed Emanuele Severino, che insegna Filosofia teoretica nella stessa Università, hanno presentato e dibattuto con il pubblico nel corso di Possibilità, lectio magistralis del primo, Fato e libertà, quella del secondo. Un’interrogazione che, in entrambi i casi, parte dal linguaggio, depotenziato e consumato oggi dall’uso irresponsabile che se ne fa, nella convinzione che il nesso tra potere e sapere ne sia alla base. Ecco che “tanto più il sapere diventa difficile, complesso, inaccessibile” sostiene Cacciari nel suo intervento, “tanto meno l’agire potrà”. Senza contare che, argomenta Severino, “il modo in cui sono fatte le parole esprime una saggezza anteriore a quella che si manifesta nell’uso che se ne fa”. Ecco allora un andare indietro alla ricerca del senso di ciò che viene detto, operazione che non è solo esercizio glottologico ma tentativo di dare ragione dell’umano parlare, considerato esso stesso azione. “I concetti di fato, destino, sono da molto tempo in disuso” continua Cacciari, “sono stati scalzati da quello di puro caso e occasionalismo. Si tratta dunque di vedere se si possa trovare il modo di non abbandonare ogni cosa alla fortuna, senza tornare però a visioni di tipo provvidenzialistico. Sono convinto che si possa agire secondo un senso, pur non avendo nessuna idea a proposito di un significato generale del mondo e della storia”. Si dovrebbe tornare all’antica consapevolezza, di socratica memoria, insomma, a quel “sapere di non sapere”. Perché anche in una condizione sistemica d’incertezza si può decidere, tenendo ben presente quanto sia falsificabile e provvisoria ogni scelta. “Nell’attimo presente, quindi” conclude Cacciari, “la decisione può essere presa in base al principio del come se, a prescindere dal possesso o meno di una teleologia”.
Certo nulla è più pericoloso dell’ignoto e nulla è più salvifico di uno sguardo previdente che squarcia i veli del futuro e rassicura l’uomo. “Ecco che il mito, e in seguito le religioni” dice Severino, “cercano di inscrivere il dolore e la paura della morte in una cornice sensata che, anticipandoli, li rende sopportabili. L’avvento della filosofia cerca di combattere questa concettualizzazione dell’eterno (mitico o religioso che sia) che, mutandosi in fato, diventa più pericolosa di ciò che voleva sconfiggere in origine. Ma il senso profondo della liberazione” continua il filosofo, “sta nello scioglimento delle cose dal legame con l’essere e il nulla: ad esempio, quando un uomo nasce, esso si libera dal legame con il nulla e quando muore avviene la liberazione dall’essere. Sia il fato sia la libertà non sono altro che due modi di intendere l’oscillazione tra questi due poli. Ecco allora che non ha senso parlare di scelta, perché bisogna portarsi al di là di questi concetti”.
In altre parole, l’invito che rivolgono i due pensatori è quello di non subire o fuggire la crisi, ma di soggiornarvi ri-pensandola. E a testare la condizione umana dal punto di vista della sola condizione umana.
Silvia Santirosi

giovedì 10 febbraio 2011

GUARDARE FUORI (Racconto pubblicato su L'Immaginazione)

6 febbraio 2011
Torno da Parigi e trovo nella cassetta della posta il numero di dicembre della rivista L'Immaginazione.
Non mi sembra di aver mandato recensioni o altro...quindi la apro curiosa...chissà, mi avranno inserita nel loro indirizzario.
La sorpresa arriva a pagina 8.
Hanno pubblicato il racconto che gli ho inviato. La cosa più straordinaria sono però le due righe sotto i mio nome, in coda al testo: 

"Silvia Santirosi è giornalista, scrittrice e poeta. La sua scrittura piace a Romano Luperini"

Ecco. Qui il cuore ha un piccolo sussulto. 
Romano Luperini!!!


Era il 2009.
Esce per i tipi di Sellerio "L'étà estrema", piccolo e prezioso romanzo di Romano Luperini. La presentazione a Napoli del libro mi dà l'occasione di intervistare l'autore. E di conoscere di persona uno dei critici letterari più raffinati del nostro Belpaese.
Ecco il testo dell'intervista: 

Intervista pubblicata su "Il Mattino" di Napoli il 6 febbraio 2009.
        In occasione della presentazione di L’età estrema avvenuta a Napoli (Istituto italiano di studi filosofici) il giorno 6 febbraio a opera di Felice Piemontese e Antonio Saccone, Silvia Santirosi ha pubblicato questa intervista. Se ne riportano alcuni stralci, con qualche piccola integrazione.
Silvia Santirosi:
        Questa narrazione è fatta di pagine di diario che, più che costruire una storia, ricostruiscono per frammenti il presente di un’epoca che sta cambiando. Un gesto ostensivo che cerca di indicare, alludere a qualcosa, senza dirla. Una scrittura visiva, impressionistica, descrittiva più che narrativa.
Romano Luperini:
        Per me la cosa più importante era descrivere certe atmosfere e situazioni emotive, mettere al centro l’intreccio fra la dimensione esistenziale e quella etica, il cui risultato tende a sfuggire alla scrittura saggistica. La questione che mi sta a cuore è il destino dell’uomo occidentale, espressione che torna anche nel sottotitolo della mia ultima opera saggistica, L’incontro e il caso. La genesi dei due testi è parallela e affonda le proprie radici in una riflessione sulla situazione successiva all’11 settembre. L’atmosfera del postmodernoso, il primato del linguaggio e della metaletteratura, dell’ironia, del citazionismo, della riscrittura sono venuto meno intorno a quella data; oggi si avverte più l’urgenza della realtà, della materialità dei fatti e della storia. Il mio romanzetto nasce anche da questa coscienza.
Silvia Santirosi:
         A proposto dell’urgenza della realtà, che cosa pensa del fenomeno del New Italian Epic?
Romano Luperini:
        Credo sia soprattutto una trovata giornalistica o una proposta autopromozione. E’ un’etichetta sotto la quale sono raggruppate esperienze troppe diverse. Non vedo cosa abbiamo in comune i Wu Ming e Camilleri, oppure i Wu Ming e Saviano. C’è un abisso e, in questo secondo caso, per esempio, a tutto vantaggio di Camilleri o di Saviano.
Silvia Santirosi:
        Nel libro si parla di un quadro di Kirchner, “Inverno a Davos”, che il protagonista va a vedere al Moma di San Francisco. Perché questa scelta?
Romano Luperini:
        Un quadro di Kirchner è in copertina anche di L’incontro e il caso. Ovviamente Kirchner è una mia passione. Nel quadro “Inverno a Davos” c’è un uomo, forse un vecchio, che trascina una mucca su un erto pendio, con grande caparbietà. Una sorta di ostinazione, o di resistenza, magari passiva, ma tenace. E’ una figura della vecchiaia del protagonista.
Silvia Santirosi:
        Ma il protagonista si autopresenta come superato, come se ogni azione ormai fosse impossibile…
Romano Luperini:
         Direi che nel libro c’è un pessimismo tragico, ma non arreso. Per esempio, il personaggio femminile, Claudine, sta lì a ricordarci che «bisogna far accadere qualcosa».
Silvia Santirosi:
        Ma Claudine viene invocata alla fine per aiutare il protagonista a sparire…
Romano Luperini:
         Claudine rappresenta il femminile, il grembo della nascita ma anche quello della morte. Può idealmente aiutare il protagonista a prepararsi, a farsi accogliere dalla morte.  Quel poco di speranza e di positività che c’è nel libro è comunque affidato a lei. Non per nulla appartiene alla generazione successiva rispetto a quella del marito, Giorgio.
Silvia Santirosi:
        In effetti Giorgio è il perfetto rappresentante di una generazione «al di là della disperazione e della speranza».
Romano Luperini:
         Giorgio incarna l’ilare nichilismo della generazione cresciuta negli anni ottanta e novanta. Fortunatamente la fine della storia, il primato del linguaggio ecc. non mi sembrano più all’ordine del giorno. L’età della globalizzazione e del postmoderno apertasi negli anni settanta beninteso dura ancora, ma l’ideologia del postmodernismo, che ha accompagnato la nascita di questo nuovo periodo storico, mi sembra ormai superata.

mercoledì 9 febbraio 2011

Nelle Terre di Cancanna: #2 puntata

Continua il viaggio "Nelle Terre di Cancanna" 
(lo spazio dedicato alla letteratura per ragazzi del programma:)






Io e il mio collega, Riccardo Di Vanna, abbiamo avuto come ospite Alfred, talento francese che ho avuto la fortuna e l'onore di conoscere in dicembre a "Più libri più libri". Presentava questo libro (che è la riedizione di una sua serie per bambini realizzata con David Chauvel).






Il suo lavoro è incredibile e la qualità umana dell'artista è altrettanto rara e preziosa. Insomma, se non lo conoscete, ascoltatevi la puntata e poi correte a comprare i suoi albi!!!
E vi racconto un aneddoto...era il 2006, ero a Parigi e ho comprato in una libreria un fumetto che era un adattamente di un romanzo di Roland Topor: Café Panique (Charrette, 2004). Era scritto nelle stelle che incontrassi questo autore.

"Ho scelto di essere un’artista perché la mia vita sia il mio lavoro, per crescere insieme a quello che faccio". Alfred

Questi gli altri argomenti affrontati nella puntata: 


- i dettagli, anche quelli che cambiano la vita, non si notano...SI SCOPRONO.


Germano Zullo, ill. da Albertine, Gli uccelli, Topipittori, 2010,

Certi giorni sono diversi.
Potrebbero sembrare giorni qualunque.
Ma hanno qualcosa in più.
Non molto.
Solo un dettaglio.
Minuscolo.
Di solito, non ci si fa caso.
Perché un dettaglio non è fatto per essere notato.
Ma per essere scoperto.


- la solitudine dell'unicità e il coraggio di credere e "lavorare" per realizzare i propri sogni:

Richard Bach, Il gabbiano Jonathan Livingstone

Chissà perché, la cosa più difficile del mondo è convincere un uccello che egli è libero? e che può dimostrarlo a se stesso, solo che ci metta un po’  di buona volontà? La libertà basta solo esercitarla. Ma perché? Perché deve essere tanto difficile?

BUON ASCOLTO!!!

mercoledì 2 febbraio 2011

baru: racconto la fame di vita degli adolescenti (L'Unità, 30 gennaio 2011)

Il 38esimo Festival internazionale del fumetto di Angoulême non delude offrendo al pubblico che arriva da ogni parte d’Europa (e non solo) quattro giorni intensi: conferenze, concerti illustrati, esposizioni di grande qualità e la possibilità di incontrare gli autori amati, per farsi autografare il loro fumetto o magari incrociandoli per strada.
Perché è tutta la città a mobilitarsi per il Festival
, a trasformarsi in un luogo di festa e condivisione. E a noi dà la possibilità di incontrare Baru, il maestro del fumetto francese, l’autore di successi come L’autoroute du soleil (Coconino Press) o Gli anni Sputnik (Kappa edizioni) che “rifiuta” la definizione di artista.
Non vuole sottomettersi alla logica che vede il fumetto confinato in una specie di serie B della cultura, un prodotto per adolescenti, eterni adolescenti e imbecilli. Le cose sono cominciate a cambiare a partire dagli anni Settanta, ci dice, e sebbene oggi il panorama sia molto diverso persiste questo pregiudizio. Una cosa che ci sorprende, visto che la situazione decisamente peggiore in Italia.
Baru si appassiona quando parla del fumetto che per lui è un’esperienza emotiva e sinestetica: per questo non si è mai preoccupato troppo del realismo dei suoi personaggi: è qualcosa che nasce dal suo bisogno di raccontare ciò di cui si è sempre nutrito, le sue esperienze di vita. Ci racconta che ama raccontare storie di adolescenti, di ragazzi, non perché abbia nostalgia di quel periodo dell’esistenza, piuttosto per il tratto caratteristico della giovinezza: «la fame di vita».

Una fame che spesso non viene soddisfatta e per questo genera mostri. Ad esempio, in Povere nullità (Coconino Press, 2010) la novel graphic che nasce dall’adattamento di un romanzo di Pierre Pélot, sembra quasi di ritrovare la stessa atmosfera di Fargo, il film dei fratelli Cohen: quella della discesa infernale nella banalità del male. «Esattamente di questo volevo parlare» commenta Baru.
«Occupandomi di una storia ambientata in una piccola realtà che vive un disastro industriale, dove non c’è più lavoro per nessuno, ho potuto sezionare l’impoverimento materiale che diventa morale, analizzandone fino in fondo la logica. Il male non è un’astrazione, ma qualcosa di reale legato al crollo di una struttura sociale, un comportamento umano che credo fortemente legato alla disperazione. I protagonisti cercano di fuggire al determinismo che li vuole confinati in una modalità precisa, sono vivi e vogliono vivere diversamente, e si trovano a scontrarsi con la violenza di tale sistema».
Un lavoro nero che non concede nulla alla speranza. Nessuno spiraglio. Una visione pessimistica che non appartiene però del tutto all’autore che ama definirsi un ottimista-pessimista. «Anche se credo alla bontà di fondo dell’essere umano» così spiega la sua posizione contraddittoria, «sono scoraggiato dall’osservazione delle condizioni nelle quali vive e, dunque, può esprimere la sua natura».
Il suo eloquio si appassiona.
«Sono convinto, per commentare la situazione politica contemporanea, che quello di Sarkozy sia solo un momento. Passeggero. E lo stesso mi auguro per l’Italia di Berlusconi. Viviamo in una società ancora accettabile, ma anche fortemente a rischio».
E continua parlando
della sua concezione antropologica. «Qualunque persona è capace del peggio, eppure l’uomo ha la possibilità di combattere questa tendenza. E può farlo con l’immaginazione che non è qualcosa di innato. Si sviluppa e cresce nel confronto con gli altri e rende l’uomo migliore. Il problema è quando non ci sono stimoli, quando barriere e chiusure impediscono questo».
Un pensiero che diremmo socratico. Un’annotazione condivisa da Baru che spinge il resto della conversazione sullo stesso binario. Ecco allora che Aristotele diventa il pretesto per discutere del legame tra la cultura e cibo. Anzi, per Baru, non si può parlare di cultura della classe operaia, e di cultura in generale, senza parlare di cibo, «il valore del quale» si dice convinto, «dipende molto dal modo in cui viene guadagnato. Facciamo l’esempio degli immigrati italiani e al loro rapporto con la polenta e la pasta.
La prima era un cibo più legato all’idea di povertà che, con il miglioramento delle condizioni economiche, è stato raffinato e via via sostituito dal consumo dell’altro alimento. Per questo il rapporto con il cibo, come viene scelto, preparato e presentato, ha un valore soprattutto culturale. è la traccia tangibile della sua evoluzione». Inciampiamo a ogni passo nelle origini italiane di Baru, il padre era marchigiano, e le stesse sono ben vive nella sua produzione passata e futura.
«Gli italiani» ci racconta, «sono un esempio di integrazione riuscita. Sebbene rital fosse in passato una parola dispregiativa per dire italiano (un po’ come crucco per parlare di un tedesco, ndA), oggi ha assunto una sfumatura di legittimazione. Io sono un rital» dice Baru ridendo. Perché questo? «Per il semplice fatto che gli immigrati che sono venuti dopo ne hanno preso il posto. Gli immigrati italiani si sono integrati perché hanno avuto la possibilità di lavorare.
Al contrario degli arabi, ad esempio, condannanti oggi all’emarginazione. In altre parole non c’è ragione sociale di inclusione». Non ci stupisce, quindi, che tra i progetti futuri ci sia anche quello di raccontare proprio la storia di una famiglia italiana fuggita durante il periodo fascista, della sua integrazione riuscita e del prezzo pagato per ottenerla. E Baru non ha dubbi sul titolo: Bella ciao. Non ci resta che sperare che il suo editore sia d’accordo.
Silvia Santirosi