lunedì 23 gennaio 2012
giovedì 19 gennaio 2012
Il treno: un'intervista
Di solito sono io che faccio le domande...stavolta però sono passata dall'altra parte! Un ringraziamento speciale a Davide Calì per avermi dato la possibilità di parlare del MIO PRIMO LIBRO (appunto) che presto uscirà in Italia e Francia...
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| Chiara Carrer per Il treno (Logos 2012) |
Ho incontrato Silvia la prima volta due anni fa al Salone del libro di Montreuil. All'epoca faceva la giornalista e in effetti la fa ancora. Ma nel frattempo, ecco il suo primo album illustrato come autrice.
D: Innanzi tutto raccontaci un po' di te, cosa fai e cosa hai fatto prima di questo libro?
R: Mi piace presentarmi così: giornalista, scrittrice, a volte illustratrice (soprattutto per copertine e editoriali)...tutta colpa della laurea in Filosofia! Trovo che metta in evidenza la caratteristica che più mi qualifica, ossia l'eclettismo (un modo carino per mascherare la mia schizofrenia!). Tornando seri per quanto questa pazza società lo permetta, collaboro con diverse riviste (L'Unità, L'Espresso, Andersen e Il Mattino), scrivo storie per bambini, racconti per adulti e poesie. E la pubblicazione di questo libro rappresenta certamente una tappa importante nel mio percorso.
D: E' il primo libro che scrivi?
R: Due anni fa è uscita una raccolta di poesie (Istantanee, Edilet). Avevo già pubblicato dei racconti su diverse riviste e collaborato con alcuni sceneggiatori. El tren è il primo albo illustrato. Presto uscirà in Italia (per la Logos) e in Francia, seguito a breve da un racconto illustrato da Simone Rea (per Anicia Ragazzi).
D: Come è avvenuto il contatto con l'editore? E con l'illustratrice Chiara Carrer? È stata una tua scelta o dell'editore affiancarla a questo testo?
R: Avevo incontrato la direttrice artistica della OQO al Salone di Montreuil. Quando sono stata invitata a spedire le mie storie, non me lo sono fatto ripetere due volte. Solo che il primo invio non ha prodotto nulla. Qualche mese dopo ho ritentato. Stavolta è bastata una settimana per avere notizie: la storia è difficile, leggo nella risposta, ma hanno deciso che vogliono investire in questo progetto. Il testo era accompagnato dalle immagini di un'altra illustratrice che non è stata giudicata adatta, quindi si dovevano cercare altre matite e colori.
Allora ho pensato a Chiara Carrer che avevo conosciuto frequentando uno dei suoi atelier alla Biblioteca Europea a Roma. Ho fatto il suo nome all'editore. Il resto è già storia.
D: Hai incontrato molti editori prima di trovarne uno interessato al tuo progetto? Italiani o stranieri? Come li hai trovati rispetto ai giovani autori, aperti o chiusi?
R: In realtà non molti. All'inizio tutti italiani, alcuni incrociati alla Fiera di Bologna, gli altri contattati via mail. A parte una virtuosa eccezione, nessuna risposta. Ho rivolto lo sguardo altrove e il primo editore contattato mi ha pubblicata!
Qui apro una parentesi e lo faccio in veste di giornalista e da persona che vivendo da un po' all'estero comincia a confrontarsi anche con la realtà lavorativa di quel paese (nel mio caso la Francia). Ripeto, ci sono virtuose eccezioni in Italia, ci sono competenze ed entusiasmi incredibili, ma generalmente vige un atteggiamento poco professionale nel mercato dell'editoria. Eppure questa è solo una parte del problema. L'altra faccia della medaglia è che chiunque scriva o disegni pensa di aver diritto alla pubblicazione.
Non è così. Ci vuole talento e tanto, tanto, tanto studio, lavoro, testa dura. E la fortuna non c'entra nulla. Non so quante persone ho incontrato che pretendevano di essere scrittori senza aprire mai un libro, che non avevano alcun tipo di cultura letteraria (e non parlo di erudizione) e che non sapevano cosa succedeva al di là del loro naso figuriamoci nel resto mondo, letterario o meno! Sicuramente nel nostro paese vige spesso la regola del circolo, della congrega (piccina), atteggiamenti provinciali, appunto, che denunciano una visione miope e scarsamente lungimirante. Però bisogna anche dire che troppo spesso gli editori si trovano di fronte persone tutt'altro che coscienti dei loro limiti e in grado davvero di fare quel lavoro.
D: Sei soddisfatta del risultato? Vedere il libro finito ti ha emozionato?
R: Il libro è il frutto di un anno di lavoro. Non so quanto tempo ho passato al telefono o nella caffetteria del Palazzo delle Esposizioni con Chiara a discutere della storia, o di cosa pensavamo fosse la letteratura, l'arte, confrontandoci su letture, mostre, libri. O semplicemente parlando della nostra quotidianità. Sembrerà banale, ma stringere nelle mani la prima copia mi ha dato la misura concreta di quello che era accaduto. Sono stata felicissima e triste al tempo stesso. Una parte di me, qualcosa che era appartenuto al mio immaginario, aveva preso vita. Forse è un po' come quando si mettono al mondo i figli. Li hai nutriti con il tuo sangue e con la tua aria per nove mesi, ma dal momento in cui emettono il primo urlo, ecco, quello è il suono della sconfitta del potere della madre.
Piccolo aneddoto. La storia nasce da una lettera che scrissi ad una mia amica che aveva realmente vissuto quel dolore. Recentemente ci siamo rincontrate. Sapere che presto ci rivedremo ed io potrò restituirle qualcosa che lei mi ha donato tanto tempo fa...ecco, questo mi lascia piena di meraviglia.
D: A quali progetti stai lavorando al momento?
R: Sto lavorando a un libro (Il serraglio di Monsieur Diderot) con Sara Gavioli, artista che stimo molto e cara amica. Siamo un'equipe in cerca di editore, ma l'ultimo Salone di Montreuil ha prodotto nuovi incontri e aperto qualche spiraglio. Dall'incontro più o meno casuale con altri illustratori stanno nascendo nuovi progetti, ancora uno con Simone Rea, c'è una storia a cui sta lavorando Laetitia Devernay, un'altra Giovanna Ranaldi e un libro con Michele Ferri. Perché tutti vedano la luce, ci vorrà tempo. Ho imparato però che è uno degli ingredienti per una buona riuscita.
D: In generale come autrice vedi già le tue storie disegnate da qualcuno mentre le scrivi?
R: No, non penso mai a un illustratore mentre scrivo. Cerco di lavorare in profondità tanto sui contenuti, quanto sulla lingua. Lewis Carroll diceva: "badate al senso, le parole troveranno da sole il loro posto". Così pure gli illustratori. E finora ha sempre funzionato!
Silvia Santirosi è nata a Roma nel 1981. Laureata in filosofia (2005), è iscritta all'Ordine dei Giornalisti dal 2010. Collabora con L'Espresso, Il Mattino, L'Unità, Andersen e Le conquiste del lavoro.
"El tren", illustrato da Chiara Carrer (OQO Editora), è uscito in Spagna nel 2011. Uscirà nel 2012 in Francia e in Italia (Logos edizioni). In corso di pubblicazione: Capitan Barbabrizzola, illustrato da Simone Rea (Anicia ragazzi, 2012).
D: Innanzi tutto raccontaci un po' di te, cosa fai e cosa hai fatto prima di questo libro?
R: Mi piace presentarmi così: giornalista, scrittrice, a volte illustratrice (soprattutto per copertine e editoriali)...tutta colpa della laurea in Filosofia! Trovo che metta in evidenza la caratteristica che più mi qualifica, ossia l'eclettismo (un modo carino per mascherare la mia schizofrenia!). Tornando seri per quanto questa pazza società lo permetta, collaboro con diverse riviste (L'Unità, L'Espresso, Andersen e Il Mattino), scrivo storie per bambini, racconti per adulti e poesie. E la pubblicazione di questo libro rappresenta certamente una tappa importante nel mio percorso.
D: E' il primo libro che scrivi?
R: Due anni fa è uscita una raccolta di poesie (Istantanee, Edilet). Avevo già pubblicato dei racconti su diverse riviste e collaborato con alcuni sceneggiatori. El tren è il primo albo illustrato. Presto uscirà in Italia (per la Logos) e in Francia, seguito a breve da un racconto illustrato da Simone Rea (per Anicia Ragazzi).
D: Come è avvenuto il contatto con l'editore? E con l'illustratrice Chiara Carrer? È stata una tua scelta o dell'editore affiancarla a questo testo?
R: Avevo incontrato la direttrice artistica della OQO al Salone di Montreuil. Quando sono stata invitata a spedire le mie storie, non me lo sono fatto ripetere due volte. Solo che il primo invio non ha prodotto nulla. Qualche mese dopo ho ritentato. Stavolta è bastata una settimana per avere notizie: la storia è difficile, leggo nella risposta, ma hanno deciso che vogliono investire in questo progetto. Il testo era accompagnato dalle immagini di un'altra illustratrice che non è stata giudicata adatta, quindi si dovevano cercare altre matite e colori.
Allora ho pensato a Chiara Carrer che avevo conosciuto frequentando uno dei suoi atelier alla Biblioteca Europea a Roma. Ho fatto il suo nome all'editore. Il resto è già storia.
D: Hai incontrato molti editori prima di trovarne uno interessato al tuo progetto? Italiani o stranieri? Come li hai trovati rispetto ai giovani autori, aperti o chiusi?
R: In realtà non molti. All'inizio tutti italiani, alcuni incrociati alla Fiera di Bologna, gli altri contattati via mail. A parte una virtuosa eccezione, nessuna risposta. Ho rivolto lo sguardo altrove e il primo editore contattato mi ha pubblicata!
Qui apro una parentesi e lo faccio in veste di giornalista e da persona che vivendo da un po' all'estero comincia a confrontarsi anche con la realtà lavorativa di quel paese (nel mio caso la Francia). Ripeto, ci sono virtuose eccezioni in Italia, ci sono competenze ed entusiasmi incredibili, ma generalmente vige un atteggiamento poco professionale nel mercato dell'editoria. Eppure questa è solo una parte del problema. L'altra faccia della medaglia è che chiunque scriva o disegni pensa di aver diritto alla pubblicazione.
Non è così. Ci vuole talento e tanto, tanto, tanto studio, lavoro, testa dura. E la fortuna non c'entra nulla. Non so quante persone ho incontrato che pretendevano di essere scrittori senza aprire mai un libro, che non avevano alcun tipo di cultura letteraria (e non parlo di erudizione) e che non sapevano cosa succedeva al di là del loro naso figuriamoci nel resto mondo, letterario o meno! Sicuramente nel nostro paese vige spesso la regola del circolo, della congrega (piccina), atteggiamenti provinciali, appunto, che denunciano una visione miope e scarsamente lungimirante. Però bisogna anche dire che troppo spesso gli editori si trovano di fronte persone tutt'altro che coscienti dei loro limiti e in grado davvero di fare quel lavoro.
D: Sei soddisfatta del risultato? Vedere il libro finito ti ha emozionato?
R: Il libro è il frutto di un anno di lavoro. Non so quanto tempo ho passato al telefono o nella caffetteria del Palazzo delle Esposizioni con Chiara a discutere della storia, o di cosa pensavamo fosse la letteratura, l'arte, confrontandoci su letture, mostre, libri. O semplicemente parlando della nostra quotidianità. Sembrerà banale, ma stringere nelle mani la prima copia mi ha dato la misura concreta di quello che era accaduto. Sono stata felicissima e triste al tempo stesso. Una parte di me, qualcosa che era appartenuto al mio immaginario, aveva preso vita. Forse è un po' come quando si mettono al mondo i figli. Li hai nutriti con il tuo sangue e con la tua aria per nove mesi, ma dal momento in cui emettono il primo urlo, ecco, quello è il suono della sconfitta del potere della madre.
Piccolo aneddoto. La storia nasce da una lettera che scrissi ad una mia amica che aveva realmente vissuto quel dolore. Recentemente ci siamo rincontrate. Sapere che presto ci rivedremo ed io potrò restituirle qualcosa che lei mi ha donato tanto tempo fa...ecco, questo mi lascia piena di meraviglia.
D: A quali progetti stai lavorando al momento?
R: Sto lavorando a un libro (Il serraglio di Monsieur Diderot) con Sara Gavioli, artista che stimo molto e cara amica. Siamo un'equipe in cerca di editore, ma l'ultimo Salone di Montreuil ha prodotto nuovi incontri e aperto qualche spiraglio. Dall'incontro più o meno casuale con altri illustratori stanno nascendo nuovi progetti, ancora uno con Simone Rea, c'è una storia a cui sta lavorando Laetitia Devernay, un'altra Giovanna Ranaldi e un libro con Michele Ferri. Perché tutti vedano la luce, ci vorrà tempo. Ho imparato però che è uno degli ingredienti per una buona riuscita.
D: In generale come autrice vedi già le tue storie disegnate da qualcuno mentre le scrivi?
R: No, non penso mai a un illustratore mentre scrivo. Cerco di lavorare in profondità tanto sui contenuti, quanto sulla lingua. Lewis Carroll diceva: "badate al senso, le parole troveranno da sole il loro posto". Così pure gli illustratori. E finora ha sempre funzionato!
Silvia Santirosi è nata a Roma nel 1981. Laureata in filosofia (2005), è iscritta all'Ordine dei Giornalisti dal 2010. Collabora con L'Espresso, Il Mattino, L'Unità, Andersen e Le conquiste del lavoro.
"El tren", illustrato da Chiara Carrer (OQO Editora), è uscito in Spagna nel 2011. Uscirà nel 2012 in Francia e in Italia (Logos edizioni). In corso di pubblicazione: Capitan Barbabrizzola, illustrato da Simone Rea (Anicia ragazzi, 2012).
venerdì 6 gennaio 2012
Craig Thompson: I fumetti sono spartiti musicali
(L'Unità, 4 gennaio 2012)
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Gli occhi del colore del cielo in una giornata brumosa, il sorriso accennato a fior di labbra, le parole offerte all’ascoltatore senza fretta: incontriamo Craig Thompson nella sede di Casterman, il suo editore francese, per parlare della sua nuova novel graphic Habibi (Rizzoli/Lizard, pp. 672, euro 35,00), un’opera dalla complessa architettura, un incastro raffinato di storie, punti di vista, di mondi fantastici o meno, un gran calderone in cui con sapienza ed eccentricità si combinano riflessioni ecologiste, sull’amore e sulla calligrafia, a un tentativo di dimostrazione della radice comune delle tre religioni monoteiste. E molto altro ancora. Dopo un veloce scambio di battute di presentazione, entriamo nel vivo della chiacchierata. «Il cuore della storia» ci dice l’autore americano, «è la relazione sentimentale fra Zam e Dodola, dei loro traumi sessuali. La questione che mi interessava indagare era quella di come possono guarire gli individui segnati da esperienze negative. Grazie a una relazione? Un luogo particolare?».
Possiamo allora affermare che la forza dell’individuo è nella coppia?
«Credo che l’individuo debba rafforzare prima se stesso, curarsi se ha avuto dei problemi, prima di arrivare a essere davvero presente in una relazione. Non è possibile tenere insieme due pezzi rotti. Per me è stato più facile scrivere le storie separatamente e raccontare l’attesa dell’uno e dell’altra. Penso che questo stato di cose parli molto alle persone. Il momento più duro da affrontare è stato il momento in cui si sono riuniti. Ho passato mesi senza sapere come la storia si sarebbe conclusa».
«Habibi» può essere considerato un omaggio alle diverse forme d’amore che una donna può incarnare?
«Non in maniera cosciente, anche se sono contento che lei lo abbia percepito. Come uomo certamente non posso che scrivere da un punto di vista eminentemente maschile. Questo lavoro è comunque un libro che cerca di rendere fluidi i confini fra i generi, fra il maschile e il femminile. È lo stesso principio che mi muove nel mio tentativo di dimostrare che non ci sono poi così tante differenze tra le diverse religioni monoteiste».
Crede che ci sia un unico dio per tutti o che dio non esista?
«Sono convinto dell’impossibilità della percezione umana della divinità. Questo però non mi impedisce di avere una spiritualità. Anzi, credo che ogni essere umano sia sacro e questo implica di rispettare ognuno, ma devo ammettere che sono più interessato agli aspetti esoterici ed estetici di quelle religioni».
In «Carnet de voyage» (2004) paragona la danza alla scrittura. Vale lo stesso per il fumetto?
«No. Danzare coinvolge il corpo nella sua interezza, disegnare fumetti solo una piccolissima parte. Tuttavia penso che ci sia una musicalità nel fumetto, e nella calligrafia, ed è proprio questo ritmo tutto speciale che cerco di restituire attraverso il mio lavoro».
Dunque, la musica più che il cinema.
Dunque, la musica più che il cinema.
«Certamente. Chris Ware dice che una tavola a fumetti è una specie di partizione, che i disegni sono le note musicali e che è compito del lettore di battere il ritmo. Il disegnatore, attraverso le vignette, non fornisce altro che indizi. Al cinema, invece, tutto il processo viene subito. Le immagini si muovono davanti a noi, mentre durante la lettura di un fumetto niente, letteralmente, si muove. La magia è creata dal lettore».
Visto il successo avuto, ha mai pensato di realizzare un’animazione di «Blankets»?
«Nel 2004 l’idea era stata presa in considerazione, anche se alla fine ho deciso di non dare più seguito al progetto. C’erano alcuni problemi a livello contrattuale ma soprattutto si trattava di una storia i cui personaggi erano reali e alcuni di questi non erano d’accordo».
C’è stato un prezzo che ha dovuto pagare per raccontare questa storia?
«Ho ferito alcune persone che mi erano vicine. Mi sono posto anche il problema se continuare a disegnare fumetti, a fare arte».
Autore completo, lei scrive e disegna le sue storie. Qual è la differenza tra l’immagine e la parola? La prima è più potente della seconda?
«Parole e immagini hanno ciascuna i loro punti di forza e di debolezza. Personalmente non mi sento a mio agio escludendo l’una o l’altra. Quello che è certo è che quando riesco a trovare un equilibrio con entrambe, allora ho l’impressione di avere una certa eloquenza. L’immagine è sicuramente più immediata. Però una sequenza disegnata ha bisogno di più spazio e tempo per trasmettere un’informazione, la stessa che può essere invece contenuta in un paragrafo. A volte la prosa è più efficace, ma anche questo non è sempre vero».
Progetti futuri?
«Sto lavorando contemporaneamente a tre nuovi libri, tra cui un fumetto per ragazzi e il primo tomo di una serie. Dopo un albo così impegnativo, avevo voglia di divertirmi un po’».
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