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mercoledì 14 marzo 2012

ALLA SCOPERTA DEL MONDO. INTERVISTA A FRANCOIS PLACE

(L'Unità, 12 marzo 2012)
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giovedì 16 febbraio 2012

"LA MIA CARRIERA DA ONESTO DISEGNATORE"

Solo due parole.
Questa intervista mi è valsa la prima accusa di faziosità della mia carriera. Bene. Significa che sto seguendo la strada giusta, visto il pulpito da cui proviene la predica...


venerdì 6 gennaio 2012

Craig Thompson: I fumetti sono spartiti musicali

(L'Unità, 4 gennaio 2012)
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Gli occhi del colore del cielo in una giornata brumosa, il sorriso accennato a fior di labbra, le parole offerte all’ascoltatore senza fretta: incontriamo Craig Thompson nella sede di Casterman, il suo editore francese, per parlare della sua nuova novel graphic Habibi (Rizzoli/Lizard, pp. 672, euro 35,00), un’opera dalla complessa architettura, un incastro raffinato di storie, punti di vista, di mondi fantastici o meno, un gran calderone in cui con sapienza ed eccentricità si combinano riflessioni ecologiste, sull’amore e sulla calligrafia, a un tentativo di dimostrazione della radice comune delle tre religioni monoteiste. E molto altro ancora. Dopo un veloce scambio di battute di presentazione, entriamo nel vivo della chiacchierata. «Il cuore della storia» ci dice l’autore americano, «è la relazione sentimentale fra Zam e Dodola, dei loro traumi sessuali. La questione che mi interessava indagare era quella di come possono guarire gli individui segnati da esperienze negative. Grazie a una relazione? Un luogo particolare?».
Possiamo allora affermare che la forza dell’individuo è nella coppia?
«Credo che l’individuo debba rafforzare prima se stesso, curarsi se ha avuto dei problemi, prima di arrivare a essere davvero presente in una relazione. Non è possibile tenere insieme due pezzi rotti. Per me è stato più facile scrivere le storie separatamente e raccontare l’attesa dell’uno e dell’altra. Penso che questo stato di cose parli molto alle persone. Il momento più duro da affrontare è stato il momento in cui si sono riuniti. Ho passato mesi senza sapere come la storia si sarebbe conclusa».
«Habibi» può essere considerato un omaggio alle diverse forme d’amore che una donna può incarnare?
«Non in maniera cosciente, anche se sono contento che lei lo abbia percepito. Come uomo certamente non posso che scrivere da un punto di vista eminentemente maschile. Questo lavoro è comunque un libro che cerca di rendere fluidi i confini fra i generi, fra il maschile e il femminile. È lo stesso principio che mi muove nel mio tentativo di dimostrare che non ci sono poi così tante differenze tra le diverse religioni monoteiste».
Crede che ci sia un unico dio per tutti o che dio non esista?
«Sono convinto dell’impossibilità della percezione umana della divinità. Questo però non mi impedisce di avere una spiritualità. Anzi, credo che ogni essere umano sia sacro e questo implica di rispettare ognuno, ma devo ammettere che sono più interessato agli aspetti esoterici ed estetici di quelle religioni».
In «Carnet de voyage» (2004) paragona la danza alla scrittura. Vale lo stesso per il fumetto?
«No. Danzare coinvolge il corpo nella sua interezza, disegnare fumetti solo una piccolissima parte. Tuttavia penso che ci sia una musicalità nel fumetto, e nella calligrafia, ed è proprio questo ritmo tutto speciale che cerco di restituire attraverso il mio lavoro».
Dunque, la musica più che il cinema.
«Certamente. Chris Ware dice che una tavola a fumetti è una specie di partizione, che i disegni sono le note musicali e che è compito del lettore di battere il ritmo. Il disegnatore, attraverso le vignette, non fornisce altro che indizi. Al cinema, invece, tutto il processo viene subito. Le immagini si muovono davanti a noi, mentre durante la lettura di un fumetto niente, letteralmente, si muove. La magia è creata dal lettore».
Visto il successo avuto, ha mai pensato di realizzare un’animazione di «Blankets»?
«Nel 2004 l’idea era stata presa in considerazione, anche se alla fine ho deciso di non dare più seguito al progetto. C’erano alcuni problemi a livello contrattuale ma soprattutto si trattava di una storia i cui personaggi erano reali e alcuni di questi non erano d’accordo».
C’è stato un prezzo che ha dovuto pagare per raccontare questa storia?
«Ho ferito alcune persone che mi erano vicine. Mi sono posto anche il problema se continuare a disegnare fumetti, a fare arte».
Autore completo, lei scrive e disegna le sue storie. Qual è la differenza tra l’immagine e la parola? La prima è più potente della seconda?
«Parole e immagini hanno ciascuna i loro punti di forza e di debolezza. Personalmente non mi sento a mio agio escludendo l’una o l’altra. Quello che è certo è che quando riesco a trovare un equilibrio con entrambe, allora ho l’impressione di avere una certa eloquenza. L’immagine è sicuramente più immediata. Però una sequenza disegnata ha bisogno di più spazio e tempo per trasmettere un’informazione, la stessa che può essere invece contenuta in un paragrafo. A volte la prosa è più efficace, ma anche questo non è sempre vero».
Progetti futuri?
«Sto lavorando contemporaneamente a tre nuovi libri, tra cui un fumetto per ragazzi e il primo tomo di una serie. Dopo un albo così impegnativo, avevo voglia di divertirmi un po’».

giovedì 10 novembre 2011

REA, ILLUSTRATORE DA MELA D'ORO

(L'Unità, 31 ottobre 2011)
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martedì 20 settembre 2011

TUTTE LE PAURE DI GARMANN

(L'Unità, 19 settembre 2011)
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lunedì 12 settembre 2011

SPIEGARE LE TWIN TOWERS A CHI ANCORA NON ERA NATO

(L'Unità, 11 settembre 2011)
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lunedì 5 settembre 2011

Questa lettera è per quando sarai adulto

(L'Unità, 4 settembre 2011)
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venerdì 12 agosto 2011

LIBERATORE: "QUANDO DISEGNO VADO IN TRANCE"

(L'Unità, 11 agosto 2011)
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E mi hanno letto anche su Pagina3 di Radio3!!!
Per ascoltare: QUI.




martedì 9 agosto 2011

L'AFFAIRE UDERZO: IL PAPA' DI ASTERIX TRA GRANE FISCALI E PARENTI SERPENTI

(L'Unità, 30 giugno 2011)
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lunedì 25 luglio 2011

Critica della ragion pura d'esistere dei Puffi

(L'Unità, 23 luglio 2011)
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martedì 21 giugno 2011

L'ibrido Bilal e l'Apocalisse senza Dio

(L'Unità, 12 giugno 2011)
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mercoledì 4 maggio 2011

HUGO PRATT, L'UOMO CHE CREDEVA NELL'ACQUA

(L'Unità, 24 aprile 2011)
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venerdì 29 aprile 2011

ISTINTO E RAGIONE: COSI' FOTOGRAFO LE MACERIE E IL DOLORE

(L'Unità, 28 aprile 2011)
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sabato 23 aprile 2011

AIX: La città del fumetto


(L'Unità, 22 aprile 2011)
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Mostre, incontri, ateliers che si concludono  questo 23 aprile: è questa la Rencontres du 9e Art che fa di Aix-en-Provence, antica capitale della Provenza a trenta chilometri dal porto di Marsiglia, una vera e propria città consacrata al fumetto e a tutte le altre arti grafiche che possono dialogare con esso. Giunto alla sua ottava edizione, il Festival continua a crescere conservando, al tempo stesso, la sua identità. La città viene letteralmente abitata dalle opere degli artisti, sono sparsi ovunque i punti che accolgono le mostre (il Museo di Storia Naturale ospita il percorso creato Jens Harder, autore berlinese di un racconto a fumetti sull’Evoluzione: dal Big Bang fino alla comparsa del primo uomo). Non si riducono, quindi, a un’esibizione di illustrazioni o di tavole incorniciate, ma diventano l’occasione per mescolare la nona arte all’istallazione o all’animazione facendoli cortocircuitare. «È una manifestazione che fa dell’expo uno dei suoi punti di forza» ci dice Barbara Canepa che nella città di Cézanne è ormai a casa da anni. «É sulla stessa linea di Angoulême e, pur non possedendo gli stessi mezzi, il risultato è eccellente. Senza contare che si investe molto su giovani autori e nuovi talenti. Quello che trovo interessante è come il fumetto è presentato al pubblico» continua a raccontare l’autrice che sta per regalare ai suoi fans i nuovi albi di Sky Doll, in uscita il prossimo autunno. «Viene creato uno spazio in grado di accogliere l’universo creativo dell’artista, penso ad esempio ai CuBDe. Gli viene data carta bianca e tutta la libertà di sperimentare diverse soluzioni espressive. E così si dà la possibilità al pubblico di entrare quasi nella sua testa, di assistere al processo creativo. Tentativo rischioso, non si può avere la certezza di un apprezzamento, ma così facendo si presenta qualcosa fuori dagli schemi che può favorire una specie di evoluzione del gusto».
Ma cosa sono i CuBDe? Cinque grandi scatole di 9 per 2,5 m2 che Zeina Abirached (autrice anche il manifesto del Festival), Takayo Akiyama, Martes Bathori, Moolinex e Alban Guillemois hanno personalizzato. Entrare nell’Elefante meccanico di quest’ultimo, ad esempio, è un po’ come precipitare in un cabinet de curiosités: pareti piene di bozzetti, tavole definitive, illustrazioni, sculture rappresentanti creature fantastiche, un’animazione proiettata su un piccolo schermo. Il tutto in un’atmosfera alla Tim Burton. 
Quella che invece si respira allo Zarmatelier (nome di un atelier di disegnatori di Marsiglia) è la quotidianità del luogo, della vita creativa, che i nove autori condividono e che hanno ricreato per il pubblico. Ospitati dall’Espace Jeunesse Bellegarde (il luogo della città riservato ad accogliere le attività per bambini e ragazzi dai 3 ai 25 anni), festeggiano così i dieci di attività mettendo a nudo manie e passioni esibendole insieme alla ricostruzione del loro spazio di lavoro.
Un lato ludico e partecipativo che è un’altra cifra di questa manifestazione. Accanto a incontri e dibattiti o ai momenti dédicaces (e anche qui si ripete il rito del fare la fila, interminabile e per ore in alcuni casi, solo per scambiare qualche parola con il proprio autore preferito impegnato a lasciare una piccola traccia colorata sul suo ultimo albo), ci sono tutta una serie di laboratori e atelier, alcuni dei quali aperti a tutti. Fireboxes, per citarne uno, è una mostra di scatole di fiammiferi che celebra il fatto che la Città del libro (dove c’è la libreria piena di fumetti sia di autori famosi e conosciuti dal grande pubblico, sia piccole case editrici indipendenti, e dove hanno luogo gli appuntamenti più importanti) in passato era appunto una fabbrica che le produceva. Su queste diversi artisti hanno disegnato come fossero vignette, strisce umoristiche o un’intera tavola, e il pubblico, per tutta la durata del Festival, è invitato a customizzare le piccole scatole bianche sul tema dei vendicatori mascherati. Per non parlare dell’intervento chiesto su dei Nani da giardino (c’è il nano pirata, il nano robot, il ciclope o quello ridotto in mille pezzi) che saranno venduti in un’asta a maggio e il cui ricavato sarà devoluto all’associazione A chacun son Everest (A ognuno il suo Everest) che aiuta i bambini malati di cancro. «I nani da giardino sono piccoli. È ingiusto» recita il manifesto di presentazione. «Farli crescere di qualche centimetro. Tutti i mezzi sono accettati!». 
Silvia Santirosi

giovedì 7 aprile 2011

Storia ritrovata: Trenta donne che fecero l'Italia hanno ritrovato il loro volto


(L'Unità, 6 aprile 2011)
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La storia non sempre è quella magistra vitae che celebrava Cicerone. Può essere pessima, come amava definirla Luigi Malerba, può condannare all’oblio i popoli senza scrittura, le classi o i gruppi sociali non egemoni. La storia spesso ricorda date, trattati, battaglie perse e guerre vinte, grandi scoperte geografiche o scientifiche. E dimentica le vite degli uomini, con le loro gioie e dolori. Per non parlare delle donne. In questo caso non c’è nemmeno perdita di memoria. Semplicemente perché, spesso, non c’è nemmeno stata la volontà di ricordare.
Quest’anno si celebrano i 150 anni dell’Unità d’Italia. Ed è un proprio uno strano periodo quello in cui viviamo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude, anzi, richiede assolutamente l’urgenza del capire. A cosa serve non dimenticare? E, soprattutto, a chi? Viviamo un tempo in cui l’unico orizzonte storico è la contemporaneità, viviamo un paese unidimensionale nel quale tale disciplina perde la sua funzione etica, pedagogica, e viene riletta non per comprendere, ma per legittimare. Il gioco è facile. Nello stato di precarietà esistenziale nel quale viviamo noi giovani sono progressivamente scomparse le dimensioni temporali: cos’è il futuro? E che dire del passato? Ogni generazione ricomincia da capo e quello che per alcuni può essere scontato, ad altri appare inedito. «Le generazioni di fine Ottocento si nutrivano della memoria del Risorgimento» scrive lo storico Stefano Pivato, «per quelle cresciute fra gli anni Venti e Trenta la Prima guerra mondiale era un punto di riferimento costante; la generazione del Sessantotto si è nutrita del ricordo della Resistenza. La generazione dei giovani di oggi mi sembra attraversata da un vuoto di memoria costante».
Proviamo a immaginare la storia come un armadio pieno di voci che gridano: voglio uscire, voglio uscire, voglio uscire! Ascoltare, permettere loro di raccontarsi sarebbe un modo per riscattare queste voci, donne e uomini trasformati in astrazioni.
A questo sono state chiamate le trenta donne invitate a partecipare al progetto di storia illustrata “L’altra metà dell’Unità”: a parlare, a fare le veci di altre trenta donne, per lo più dimenticate o mai davvero conosciute, che hanno dato il loro contributo, che hanno speso e sacrificato la loro vita per fare quell’Italia che oggi noi siamo. Non meno dei loro mariti, padri, figli, amanti e compagni.   
Ciascuna armata dei propri colori e delle proprie materie, hanno cercato di restituire carne e corpo ai loro personaggi nel tentativo di rendere vicino ciò che è lontano nel tempo e nello spazio, e di ridare vita alla vita. Tutto questo attraverso l’arte, che è anche sensibilità e sapienza tecnica individuale.
Tutto questo ben consapevoli che l’Unità del nostro paese non è un dato ma un processo in fieri. E che per realizzarsi davvero, ha bisogno anche dell’altra sua metà. Oggi come non mai.
Silvia Santirosi
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L’ALTRA META’ DELL’UNITA’
Un viaggio nel paese reale che costruì L'Unità D'Italia
Un omaggio alle energie femminili nascoste dalla storiografia
  

domenica 3 aprile 2011

Evviva torna l'albo illustrato


(L'Unità, 2 aprile 2011)
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Quando si chiudono le porte di una manifestazione e si torna a casa, comincia il tempo dei bilanci che sono, inevitabilmente, prematuri, parziali e ancora influenzati dalla vicinanza emotiva all’evento appena concluso. Così è anche per la Fiera del libro per Ragazzi di Bologna, sebbene questo non impedisca di segnalare la particolare vivacità dell’edizione di quest’anno. Nonostante la crisi pesi ancora sui bilanci e le scelte delle case editrici, si torna a sperimentare, a investire nel prodotto di qualità piuttosto che nella ricerca del best-seller o dell’instant book che soddisfano una bolla di mercato destinata prima o poi a scoppiare. Secondo i dati forniti da LiBeR, il numero delle novità libraie del settore ragazzi immesse nel circuito tende a risalire (passando dalle 2130 del 2009 alle 2198 del 2010). Certo è che non è sempre oro tutto quel che risplende, soprattutto se si tiene conto che lo stato di salute di un mercato non si giudica solo dal versante dell’offerta, ma anche da quello della domanda e, soprattutto, della diffusione. Nel 2010, ad esempio, con la manifestazione Bolibrì, c’era stato un ritorno della manifestazione allo spirito del 1964 (anno della prima edizione): una serie di iniziative vedevano coinvolti non solo gli operatori del settore, gli unici ammessi nell’Olimpo del Polo fieristico, ma anche i principali consumatori del prodotto: famiglie e bambini. Ma questa è un’altra storia.
Di sicuro quello che i dati confermano, come dicevamo, è il nuovo slancio in ambiti che i fenomeni Harry Potter e Geronimo Stilton avevano messo in ombra. Ecco allora il ritorno al tascabile o a nuove edizioni illustrate dei classici (esemplare il lavoro portato avanti da Princìpi & Princípi, la casa editrice che ha festeggiato in questi giorni il primo anno di vita); o l’avventura alla scoperta di territori poco praticati: e tra questi il fumetto per ragazzi. Per Orecchio acerbo possiamo parlare di un ritorno. Dopo la serie dei Pittipotti scritta da Jerry Kramsky e disegnata da Lorenzo Mattotti, firmano i due titoli appena usciti della collana Comics due grandi nomi della bande dessinée internazionale: Jack e la scatola di Art Spiegelman e TopoLino si prepara di Jeff Smith. Diverso l’approccio di Topipittori che inaugura la collana Graphic de Gli anni in tasca con Giulia Sagramola: con uno stile fresco e un tono sospeso tra leggerezza e ironia, la giovane autrice racconta i suoi primi dieci anni di vita. E segnaliamo il numero 10 della rivista Canicola dedicato ai “bambini di ogni età”, come si legge nella prefazione, in cui autori di tutto il mondo scommettono sulla capacità narrativa del disegno. Un punto di vista confermato da Jean-François Martin, vincitore con Fables (Milan, 2010) del premio per il Miglior albo illustrato. «L’insieme delle storie di Esopo, e quindi delle illustrazioni» ci racconta, «sono una specie di ritratto dei molteplici modi in cui si manifesta la stupidità umana». 
Dopo anni di sudditanza l’Italia sta facendo scuola, soprattutto per quel che riguarda l’albo illustrato. E il libro si fa anche oggetto di design a misura di bambino: è questo il caso Libro sveglio (Kite edizioni) del duo Sanna-Guidone. Scelgono scelgono di firmarsi Asobi, termine di origine giapponese caro a Bruno Munari che significa al tempo stesso arte e gioco. Ma, in generale, l’illustrazione ha fatto quest’anno la parte del leone. Tra le 175 candidature provenienti da 62 paesi, è l’australiano Shau Tan, già premio Oscar per The Lost Thing, ad essere stato insignito dell’Astrid Lindgren Award, uno dei più importanti riconoscimenti per la letteratura per ragazzi e assegnato, di volta in volta, a narratori, autori o, appunto, illustratori. Il Premio Internazionale di illustrazione è stato assegnato a Page Tsou per la coesistenza nelle sue opere (Dancing feathers-piume danzanti) «di componenti che si riferiscono, ad un tempo, alla migliore tradizione grafica e a una rilevante visione pittorica».
Non resta che da chiedersi cosa significhi scrivere per ragazzi oggi. È questa la domanda della scrittrice, poetessa e giornalista israeliana Nurit Zarchi. «Per quelli della mia generazione era facile narrare storie ai bambini» racconta, «era chiara la distinzione tra bene e male: da una parte c’erano i buoni, cioè noi, dall’altra i cattivi, ossia tutti gli altri. Oggi “both” (entrambi) è proprio il nome del mondo caotico che viviamo. Cambiano il senso del tempo, i modi per dire le cose, ma quella che resta invariata è la fame di informazioni dei bambini. Ed è alle loro domande che dobbiamo rispondere».
Silvia Santirosi

lunedì 28 marzo 2011

Quando la storia si scrive col colore


(L'Unità, 27 marzo 2011)
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Non c’è visione senza pensiero diceva Maurice Merleau-Ponty, anche se ci possono essere immagini senza parole. Basti pensare alle Grotte di Lascaux e alle storie che narrano. Per questo la Mostra degli Illustratori della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna (dal 28 al 31 marzo) è un’occasione da non mancare. Vetrina mondiale dei migliori talenti ed energie creative, può essere una fonte di ispirazione e un’occasione per riflettere per tutti gli operatori del settore (editori, bibliotecari, insegnanti). Per non parlare degli altri illustratori o aspiranti tali. Era il 2007, l’anno in cui Wolf Erlbruch disegna la copertina dell’Annuario (quest’anno di Jutta Bauer, vincitrice nel 2010 del Premio Internazionale Hans Christian Andersen): i diversi animali dalle fattezze antropomorfe che si aggirano su un fondo giallo-ocra tenendo sottobraccio cartelline nere di diverse dimensioni sono impegnati in quel girotondo che si ripete ogni anno: la ballata degli illustratori alla ricerca di un editore. Ne abbiamo parlato con Paolo Canton, membro della giuria e editore (Topipittori).
Come è stata condotta la selezione?
«Con Carll Cneut, Sophie Var Der Linden, Ellen Seip e Pal’o L’Uboslav non abbiamo stabilito alcun criterio: insieme abbiamo visionato tutti i lavori e selezionato quelli che incontravano il favore anche di un solo giurato. Questa prima selezione, che accoglieva già lavori di qualità professionale, è stata approfondita attraverso un semplice meccanismo di voto. Nell’attribuire le mie valutazioni ho cercato di capire se, a prescindere dal mio gusto personale, le illustrazioni erano in grado di raccontare una storia, e se la sapessero raccontare da una prospettiva originale».
Così si è passati dalle 2836 candidature ai 76 artisti selezionati per un totale di 375 opere. Numeri che fanno pensare.
«Prima di arrivare a dire che si disegna più con la testa che con le mani, come dice Guido Scarabottolo, si devono possedere doti tecniche di disegno eccellenti, che non si possono improvvisare. E nel confronto immediato, i difetti e le incapacità di ciascuno balzano all’occhio. Un secondo problema è una scarsa cura nella presentazione dei lavori: cattive riproduzioni, supporti inadatti realizzazioni approssimative. Infine, sono certo che alcuni partecipano alla selezione solo per avere il pass per entrare gratis alla Fiera».
Il rito delle polemiche si celebra ogni anno. Cosa rispondere a chi sostiene che la mostra non rappresenta la realtà produttiva dell’editoria o a chi dubita della possibilità di giudicare le immagini senza il testo?
«Ai primi con una battuta: al Vinitaly non premiano il Tavernello, anche se è il vino più bevuto in Italia. Ai secondi rammentando che le immagini c’erano prima che ci fossero i libri: una storia non ha necessariamente bisogno di parole per essere raccontata».
Cosa manca all’illustrazione italiana?
«Nulla, credo, visto che è molto apprezzata all’estero. Ma certamente gli italiani, illustratori e non, soffrono di due malattie: una legata alla formazione, l’altra antropologica. Molti illustratori e aspiranti mancano di una solida cultura dell’immagine, ignorano la storia dell’illustrazione, del libro e dell’editoria. Poi c’è un diffuso provincialismo, la tendenza a fare parrocchia, da cui sarebbe meglio prendere le distanze. Bisognerebbe essere capaci di una maggiore freddezza critica nel giudicare il lavoro proprio e  altrui».
Consigli ai giovani?
«Determinazione, disciplina, rigore e studio. Non accontentarsi, non fare qualsiasi cosa pur di essere pubblicati. Curare ogni aspetto del proprio lavoro, imparare a valutarlo e a riconoscerne i punti deboli. Acquisire insomma un atteggiamento professionale e non puntare a essere grandi artisti, ma eccellenti artigiani. È importante poi muoversi, andare alla scoperta di altri paesi e di altri mercati».
E Philip Giordano, vincitore della prima edizione del Premio Internazionale d'Illustrazione Fiera del Libro per Ragazzi - Fundación SM (30 mila dollari e la commissione di un’opera) e autore dell’albo La Princesa Noche Resplandeciente (Gruppo SM), può essere a giusto titolo considerato un esempio virtuoso.
È cambiato qualcosa nella tua vita professionale?
«Il premio mi ha permesso di investire su di me, ad esempio ho subito acquistato un computer nuovo. E mi ha dato la possibilità di concentrarmi sul lavoro senza preoccupazioni pratiche. Almeno per un anno».
Come hai lavorato al progetto che ti è stato affidato?
«Pensavo di dovermi confrontare con storia molto classica che avevo letto, in prima battuta, in modo triste, cupo. Lavorando sulle immagini, mi sono accorto invece che avevo tra le mani qualcosa che parlava di rinascita e rinnovamento. Allora ho messo da parte lo storyboard e le due tavole che avevo già realizzato e ho ricominciato da capo. In questo mi ha aiutato molto il confronto con amici e colleghi».
Guardando i tuoi lavori, è evidente il richiamo all’Oriente.
«Ho sempre avuto una fascinazione per quell’universo, tra l’altro mia madre è filippina e il mio migliore amico vive a Tokyo. Avevo deciso di trascorrere un anno in Giappone per studiare, fare un’esperienza di vita e cercare lavoro. Ci sono illustratori (ad esempio Shigeru Mizuki, Rokuro Taniuchi, Shinta Cho, Iku Dekune), e quindi immagini, di cui non abbiamo nessuna conoscenza, nemmeno su internet. Per trovarli si dovrebbe lanciare la ricerca scrivendo ideogrammi. Devi essere lì, per esplorarlo. È un universo a parte».
Un esempio?
«Si potrebbe parlare per stereotipi, dicendo che l’Occidente è più materico, legato al concetto di pieno e l’Oriente più spirituale e attento piuttosto allo spazio, al vuoto in particolare, con una cura estetizzante per ogni dettaglio, al limite della maniacalità. Le campagne sembrano un grande giardino, le foreste quasi addomesticate. Ero appunto a Tokyo da due mesi. Visto quello che è successo, ora non so cosa fare».
Silvia Santirosi

domenica 13 marzo 2011

Torna Minimondi per insegnarci a ballare con i libri


(L'Unità, 12 marzo 2011)
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Ospite l'artista Remy Charlip


Si apre oggi a Parma e provincia l’undicesima edizione di Minimondi, il Festival di letteratura e illustrazione per ragazzi che, con una formula ormai collaudata, proporrà al suo pubblico incontri e laboratori con gli autori (Giulia Orecchia, Chiara Rapaccini, Silvana Gandolfi o Antonio Nicaso, solo per citare alcuni dei protagonisti), il progetto «Adotta un editore» e una programmazione cinematografica realizzata in collaborazione con Cine D’Azeglio.
Fiore all’occhiello della manifestazione, la mostra Remi Charlip danzare il mio libro dedicata all’eclettico artista americano, classe 1929, di cui è appena stato pubblicato Fortunatamente. Opera del 1964, con cui la casa editrice Orecchio acerbo festeggia la sua centesima pubblicazione, questo libro circolare è un elogio leggero e non pedagogico della duplicità della sorte: il suo essere favorevole o avversa, spesso, dipende solo dal punto di osservazione. Se Ned è fortunato a ricevere una lettera di invito a una festa a sorpresa è, al tempo stesso, sfortunato perché la festa è in Florida e lui è a New York. E così via. La danza, però, non è solo concettuale. Le immagini accompagnano questo avvicendarsi di casi: si passa così dal bianco e nero ai colori, il tutto tenendo conto delle avventure vissute dal piccolo protagonista.
Nonostante sia autore e illustratore di più di trenta libri per bambini (alcuni realizzati in collaborazione con scrittrici del calibro di Margaret Wise Brown o Ruth Krauss), si sia esibito come performer insieme a John Cage e abbia danzato con il coreografo Merce Cunningham, è praticamente sconosciuto in Italia. Ecco dunque il percorso espositivo allestito nella Chiesa di San Ludovico, con tavole originali e prime edizioni dei suoi libri parzialmente consultabili, proiezioni di video sulla sua attività di danzatore e performer. Il tutto pensato per permettere a grandi e piccini un’immersione nel suo poliedrico lavoro in relazione anche al mondo culturale con cui si è confrontato: esemplare a questo proposito la lettera scritta da Bruno Munari per esprimere la sua ammirazione nei confronti del libro It looks like snow che segna l’inizio di una amicizia durata anni.
Silvia Santirosi

lunedì 28 febbraio 2011

Lorenzo Mattotti: Farò rivivere il mio vecchio Huckleberry Finn.

(L'Unità, 17 febbraio 2011)
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Passeggiando per Angouleme con Mattotti!!!


«Il fumetto è fatto di carta, di libri. La voglia di toccare la materia, di perdersi nell’immagine sono strettamente legati a questo mezzo di espressione» esordisce Lorenzo Mattotti entrando nel Musée de la Bande Dessinée d’Angoulême. E’ lì che ci ha dato appuntamento domenica, ultimo giorno del Festival Internazionale del fumetto che ha riservato molte sorprese quest’anno. Come la Palma d’Oro per il miglior albo vinta dall’italiano Manuele Fior e dal suo 5000 kilometri al secondo (Coconino Press, 2010).
«Personalmente apprezzo questo giovane talento che sperimenta tecniche diverse» commenta, «che è sempre alla ricerca della forma più adatta per raccontare le sue storie. Ad esempio nell’albo precedente (La signorina Else, Coconino Press), trattandosi dell’adattamento di un racconto di Arthur Schnitzler, rende omaggio ai grandi artisti della Secessione viennese. Ritroviamo così un tratto, riferimenti espliciti all’immaginario di Klimt o Mucha, per fare due nomi. Del lavoro premiato, che ha un sapore grafico che richiama l’Inghilterra degli anni Sessanta, ho amato in particolare la narrazione delicata e sensibile. Un fumetto che si può definire quasi un romanzo esistenziale».
Ma un segno che si evolve sempre non corre il rischio di non essere riconoscibile?
«In realtà, no. La personalità di un autore – quello che chiamiamo stile e che non è una formula data una volta per tutte – viene fuori molto lentamente. E’ un bene continuare a lavorare, ricercare modi di esprimersi sempre diversi. Significa avere la capacità di reinterpretarsi e di non ripetere forme vuote solo per un discorso di riconoscibilità che certamente è legato alla visibilità, che però ha soprattutto un valore commerciale».
E il significato del Gran Prix assegnato a Art Spiegelman?
«Un premio dovuto che finalmente è arrivato. Con Spiegelman ha vinto, di nuovo, il fumetto d’autore e di ricerca, quello che non si tira indietro nemmeno di fronte alla riflessione su di sé come linguaggio specifico. E Spiegelman, con il suo essere autore, studioso e divulgatore, ne è la perfetta incarnazione».
Questo ci dà l’occasione per tornare a parlare del Museo. Quali sono gli elementi che lo rendono così interessante?
«Mi sembra che dia una risposta soddisfacente alla domanda: come esporre il fumetto? La modalità di presentazione è sì orientata alla divulgazione, permettendo una fruizione completa e soddisfacente del materiale. Le tavole originali non sono semplicemente appese ad un muro. Ci si può avvicinare alle teche in modo da apprezzare meglio il tratto delle matite o delle chine, cosa importante per un addetto ai lavori. Ma al tempo stesso non è tutto basato sull’originale. Ci sono stampe realizzate con cura e tutte di ottima fattura, i libri per i quali quei fumetti sono stati realizzati. Così anche il semplice appassionato può essere iniziato a tutte le fasi di realizzazione di un fumetto. Avessi avuto io la possibilità di disporre di tali informazioni quando ho cominciato a disegnare» aggiunge ridendo. «Mi ricordo che una volta sono andato da Bonvi a fargli vedere i miei disegni e lui, notando che tutte le scritte nei miei balloon erano storte, mi ha suggerito di disegnare delle linee parallele a matita. Una cosa semplicissima, a cui io non avevo semplicemente pensato».
La visita continua. Si passeggia tra gli altri visitatori, poi ci si siede in uno degli spazi dedicati alla lettura: divani colorati con dei tavoli rotondi vicino dove sono poggiati albi illustrati che possono essere liberamente consultati. Ed è lì che Lorenzo Mattotti ci mostra le prove di stampa del suo prossimo libro: l’Huckleberry Finn che ha disegnato quando aveva 23 anni e che è stato pubblicato, ma poi mai ristampato, dalla Ottaviano Editore nel 1978.
Quando lo troveremo in libreria?
«In Francia uscirà la prossima primavera con Gallimard. In Italia vedremo».
Tornando ad Angoulême, cosa hai trovato più interessante?
«C’è la personale dedicata a Dominique Goblet.  Apprezzo molto il suo modo di disegnare. Ogni tratto esprime forza, permette di vedere il lavoro muscolare che ne è all’origine. Ogni segno è come un istante della sua vita messo in pagina e la narrazione che ne risulta si confonde con la vita stessa. Poi c’è la mostra sulla Nouvelle Bande Dessinée belge francophone, di cui la stessa Goblet fa parte. Li ho conosciuti anni fa, durante un seminario, quando erano ancora tutti studenti alla scuola di Sant-Luc di Bruxelles. Insomma, li ho visti nascere, crescere e distruggere con metodo e rigore la narrazione classica del fumetto e i suoi codici, sconfinare in altri territori più prossimi all’illustrazione e alla pittura. La mostra riassume bene questo loro percorso».
D’altra parte l’arte contemporanea scambia oggi così tanti rimandi con il fumetto…
«Sì, ma mentre loro hanno portato avanti un lavoro all’interno del linguaggio del fumetto stesso, studiandone prima a fondo le regole per poi decostruirle, quello che mi infastidisce è che dall’altra parte si assuma solo superficialmente l’estetica della bande dessinée. Perché ormai è qualcosa di consolidato. La figura del pittore è quasi scomparsa e chi davvero lavora sull’immagine disegnata, chi ha il savoir-faire, non sono che gli illustratori, gli animatori e i fumettisti. L’arte contemporanea ormai è interessata ad altro: all’installazione, all’oggetto, allo spazio».
Silvia Santirosi